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22/11/2004
Mi sembra che sia passata la voglia di raccontare, o la voglia di sentirsi raccontare le cose. Che uno magari preferirebbe farle, anche se fare le cose non è tutto. Perché poi non è possibile costruirsi di prima mano la memoria di tutte le cose fatte: epperciò, per forza, c'è bisogno delle cose raccontate. Ci resta, il ricordo delle cose raccontate. Le storie che raccontavano le madri al buio, quando si stava a letto tutti nella stessa camera e c'era voglia di addormentarsi a sentire di quella volta che. Le storie che raccontavano i libri e uno stava lì e chiudeva gli occhi, o contava le pagine che mancavano, e guardava l'orologio per calcolare se la notte era abbastanza per finire di leggere e alzarsi, la mattina dopo, per andare al lavoro essendo in grado di stare in piedi. Così la fame di storie non se ne va facilmente, se uno ce l'ha. Ho regalato l'anno scorso il Signore degli Anelli a mia nipote, sperando che si ammali anche lei. Che stia ad aspettare che il vento le porti due parole, mentre se ne sta lì a leggere. Perché impari anche a restarsene sola, senza parole che impediscano alle storie di scendergli dentro. Quelle storie che poi riescono, che fanno sangue e anima, e parole per dire. Che le parole per dire mancano sempre, sono sempre poche, sempre sbagliate. Ho visto un matrimonio internazionale. M'è piaciuto, la settimana scorsa. Lei è felice, lui se n'è tornato a casa e ieri era al Camp Nou. C'era gente che si guardava con aria interrogativa, e sorrideva. Erano tutti belli, anche se mancavano le signore con i piedi gonfi dentro le scarpe da tortura, troppo ardite rispetto alle pianelle di casa, che fanno cantare i piedi mentre il sugo si stringe e non si sa che cucinare domani.
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