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08/09/2004
Secondo me i romani amano il traffico e vengono presi da crisi d'astinenza dopo le vacanze, altro che storie. In genere il traffico si scatena quando ricominciano le scuole: oggi pomeriggio però ci ho messo due ore da Fiumicino a casa, era una roba che pareva natale. Ogni anno ripartono così, verso il 5-6 di settembre si scatena l'iradiddio che va avanti almeno per tre settimane, dopodiché si torna al solito regime che, pur facendoti guadagnare a morsi metro dopo metro, soprattutto in certi incroci o rotatorie (ah, le rotatorie, che cosa meravigliosa: c'è quella a piazzale delle provincie che un giorno ci faranno una cosa tipo torneo medievale, chi prende il sarracino passa, gli altri si riaccodano da prima della stazione Tiburtina), diventa, anche per via dell'allenamento recuperato, accettabile. Se uno fa i conti, alla fine paga due-tre ore al giorno di tempo alla guida. Cioè, è quasi il 10% della vita, messa giù dura. Non si può. Vorrei lavorare vicino casa (sto a 14 km con 5 consolari da attraversare, record negativo 1 ora e 50) ma lavoro ai Parioli, meno di dieci milioni al metro quadro non c'è niente. Così protesto qua sopra.
07/09/2004
Sette(te)
E' finita la pacchia. Ieri Via Salaria era un brulichio di lamiere spernacchianti. Oggi il traffico era quello dei giorni migliori. Ci si prepara a uscire dalle vacanze, ci si prepara a cominciare il campionato, ci si prepara all'inverno, come al paese quando si rimette la legna e si sa che di lì a poco comincerà a piovere e a fare freddo, dapprincipio la notte. C'è di buono che se ne andranno le odiose zanzare. Torna la città cattiva, insomma, quella che è da fuggire. Anche se c'è chi soffre per doverla lasciare. Roma è così, ci stai e ti ammazza, te ne vai e ti manca. Non mi manca, a me, quando vado altrove. Oggi vado a Cagliari, se l'Alitalia mi porta. Manderò sugheri per posta e mangerò qualche formaggio buono.
In fin dei conti si cerca la felicità, che è un attimo e va. Poi, qualche volta, torna. Quando sei fortunato. Io lo sono.
03/09/2004
Passerò un anno a riadattarmi al ritmo normale, quello di quando si torna in ferie. Nel frattempo non riuscirò a adattarmi al ritmo di lavoro, pur facendo finta di tentare disperatamente. La verità è che il ritmo che ci è più congeniale è quello delle ferie, e che bisogna andare in ferie per recuperare dalla stanchezza di attendere tutto l'anno le ferie. Meno male che è venerdì
fare/4
O l'immagine di Baldoni che si sbraccia dietro a una bandiera bianca, che è come uno sbaffo, una schiuma lieve, una traccia del fare sulla testa del maglio che si abbatte e si abbatte ancora, e perde a sua volta pezzi nella pesantezza degli impatti, e mescola e mette in discussione. O l'abbandono dell'Afghanistan di MSF e la dolorosa consapevolezza che non c'è dove, neanche più per le mani tese e per le bandiere bianche. Che ci sono rimasti chiodi da piantare nella zampa dell'elefante, che non si può abbattere. Alzare il livello, infliggere l'orrore, insistere sulle piccole parti vulnerabili del mostro, che picchia alla cieca, reso furioso dal fastidio e dal dolore. Ci si allontana, se mai, da ogni parvenza d'umanità e ci si chiede, se anche non è solo oil war, dove si potrebbe/potrà mai arrivare. Quando qualcuno arriverà a mostrarsi forte al punto da insidiare questa leadership planetaria pretesa, rivendicata e basata su una qualche volontà divina, quando davvero sarà in pericolo quello stile di vita, quella messa in piega della moglie del presidente-re.
02/09/2004
Ci sono momenti in cui sembra si sia fatta l'ora di andare. Questo è uno di quelli. Ma andare dove? E che ne so? In un altro posto, ma soprattutto a fare un'altra cosa. Alle volte il compito è difficile, perché si sottrae alle leggi solite, quelle facili, quelle che cerchi, e se trovi, vai, e se non trovi, stai. Adesso si tratta di disegnarsi una strada, più che di trovarne una già fatta e imboccarla. Per questo è difficile: ma bisogna provarci. Perché poi, sennò, tutto il resto non ha senso. Non ha senso, soprattutto, stare segregati in un posto dove qualcuno che ti paga ti ritiene cosa sua e si permette cose che non dovrebbe. Sempre, comunque, ogni po'. Stare in un posto comodo e caldo serve, perché bisogna pagare i conti. Andare serve a sentirsi vivi e a sottrarsi all'abbraccio di chi ti dice che non vai, non vai se non lo dico io. No. E' ora di dire no. Un no che non si dice così, secco, ma che dura del tempo, fino a che la strada non è pronta. Come in un'immagine rallentata. Sono stanco di giocarmi dentro le partite che posso giocare nel mondo, fuori da me stesso. Che poi uno le vinca o le perda, fa parte del gioco. Ma non giocarle è brutto, tenersi dentro le carte, sapere che potrebbe essere e non è. Adesso basta. Ci vuole più coraggio, per andare bisogna volerlo, e fare.
01/09/2004
fare/3
Lo squilibrio non è che una fotografia a un dato momento di qualcosa di dinamico. Che, ovviamente, non cambia nello spazio di un giorno o di un mese, ma che è costantemente in evoluzione. Dicevamo delle risorse numericamente finite. C'è una domanda crescente di petrolio, e c'è un'offerta che proviene sempre degli stessi soggetti, i quali sono in condizione di accelerare solo relativamente. A parte l'apprensione sulla reale consistenza delle riserve di petrolio, c'è da dire che, sia pure con diversa incidenza, tutti i produttori sono in grado di incidere fortemente sul prezzo. E per questo pagano poi un prezzo in termini di sovranità limitata, almeno alcuni di loro. Quella che cambia velocemente e che diventa una variabile sempre più rilevante è la partizione dei consumi. C'è un nuovo equilibrio, con una domanda da parte di India e Cina che è sempre maggiore. L'accesso alle risorse è libero? Le risorse bastano per tutti? Non lo so, ma è importante, secondo me, il fatto che un paese che ha davanti grandi prospettive di crescita economica (di impatto planetario) debba per forza garantirsi l'accesso a tutte le risorse che gli necessitano per portare avanti questa crescita. Questo è quello che hanno fatto e fanno gli americani: io mi chiedo se ci sono risorse per tutti, e se chi cresce è disposto ad accettare, per dirla con gli americani, di "negoziare il proprio benessere" con gli altri. Nopperché (continua)
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