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28/10/2003
Altre incazzature (sfuse) Una cosa mi manda in bestia: quando mi snobbano. Quel che è peggio, chi mi snobba mi sottovaluta. Il che è un grosso errore che io per principio evito di fare, con chiunque. Anche con chi fabbrica stupidamente questioni per carenza di comunicazione. In certi casi la comunicazione mi è stata negata e mi sono incazzato. In altri casi e in situazioni completamente diverse (opposte) si sono tratte conclusioni affrettate per non cercare di comunicare correttamente. Cioè, pensi una cosa di me e non me la dici e te la canti per gli affari tuoi. Il secondo caso, che tanto mi legge sempre, non è tanto grave quanto inutile. Perché una conclusione che non è figlia del confronto è una conclusione personale, e può essere molto lontana dalla realtà. Quando ci si arriva, se c'è equilibrio, si deve mantenere la porta aperta al dubbio e all'eventualità di essersi sbagliati. Anche di grosso, anche di aver preso un granchio colossale. Mica è un disonore, succede a tutti, succede spesso, ovviamente, pure a me. Invece nel primo caso la comunicazione alla quale sono disponibile (e a buon diritto) mi è negata. Allora, mi dispiace, non ce n'è. Si può risolvere qualunque questione col buon senso; ma se si mina alle basi una collaborazione, non rendendosi disponibili o comunicando unilateralmente, si distrugge alla radice ogni possibilità di lavoro comune. Su questo invito l'Alef a meditare, lei che il mucchio l'accusa di caratteraccio e che io so essere uno zuccherino, un cuore di panna con lingua a sonagli perché ci vuole. Soprattutto ai cuori di panna. Pensi l'Alef in termini di costruzione: tirando su una casa non si può usare una trave che rifiuta di portare il peso della casa. La casa crollerà. La fortuna arride al saggio che sa comportarsi umilmente, non chiedendo onori per sé. E' proficuo attraversare il fiume, man nella mano con Bastiano, perché dall'altra parte c'è l'armonia e la solidarietà, e la comunanza d'intenti e di valori. La trave riottosa non la si taglia per farci il fuoco: diventerà una bella decorazione da esterno, là dove non può nuocere. E il vecchio saggio sposerà la fanciulla in fiore. Così è acqua su fuoco. Come diceva Raiz, se stuta 'o foco. E ritorno a Sanacore, o di quando m'innamorai di una penna lieve che poi ebbi il bene di conoscere.
Letter never sent/infinito Non amo il sole. Cioè, mi piace guardarlo quando non ferisce, al tramonto. O all'alba, che guardarlo mi turba ma mi affascina. In montagna, con un tappeto di nebbiolina a fondo valle e lui che spara da dietro ai monti della Laga spade di luce, più che di fuoco, che non lo puoi guardare. Lo vedo uscire da Pizzo che se ne va verso Cima Lepri. Respiro forte, e ascolto il vento che s'infila tra gli alberi e gioca. E piglia velocità d'improvviso, torna indietro, si calma, e riparte con una raffica che ti fa stringere le braccia incrociate sul petto, a coprire. Mi piace quando arriva assoluto, che stai in cima e i polmoni di catrame ti fanno male. C'è una pistarella dalle prata a li pozzoni, un chilometro in semipiano a 1800 di quota, coperto d'erba piegata dal vento, con le bruciature a ferro di cavallo dei fulmini o no, che c'è qualcuno che dice che sono funghi. Arrivo su dalle revote, che è come accimare dritto per dritto tanto è ripida. Ti scotta la faccia pure se fa freddo, il sudore e la fronte aggrottata e lo zaino con la t-shirt asciutta per il ritorno, e le scarpe da trekking che non ci trekki mai e ti fanno un po' male. Correre piano col vento che ti si spiaccica in fronte e fischia, fetente, che ti saluta e ti spettinava quando c'era di che farlo. Li pozzoni è 1900, c'è un paio di pescoie secche e dietro le spalle, a metà strada, un inghiottitoio carsico che pare un cratere. C'è un falco che gioca a salire e a buttarsi in picchiata, o forse non gioca e si cerca una preda. Anni fa c'era l'aquila, più in là, verso Cittareale e il passetto che conduce in valnerina. Una roccia a piramide che chiamano Vena Gentile. C'era e io l'ho vista, forse. Incorniciata in una valletta che sa di preistoria, o d'incanto da signore degli anelli. Guardi nel fosso e nella macchia, se spunta Frodo o Legolas, e se si oscura il cielo per una nube-nazgul. Mi ricordo della collinetta che prendevo da bambino col fucile di legno intagliato. Scendere e risalire di corsa, tagliando dov'è più ripido, i piedi alle dieci e dieci per non cadere. Sono un animale da salita, la discesa mi fa paura. Un grimpeur pedone con la lingua fuori e gli occhi in estasi. Mi corre un brivido sulle spalle, di sudore ghiacciato. Mi tolgo la maglietta e mi asciugo, metto l'altra, mi siedo su un sasso piatto. Sono LA cima della montagna, l'antenna appuntita di tutta la zona. E ci godo.
24/10/2003
the doctor is in.
23/10/2003
Ciao, Savina volevo rispondere ai tuoi saluti, ma la posta mi torna indietro. Lo faccio da qui. Piacere.
21/10/2003
Leggo questa cosa che mi lascia steso. Un racconto bellissimo. Non ho cuore di lasciare un commento, non so perché. Forse perché commentare (lusingando) non aggiunge niente all'incanto, o perché non amo molto scrivere commenti che lusingano, e sembrano sminuire il gesto di chi racconta, descrivendolo come avido di applausi. Forse (anche) perché mi sono riconosciuto (un po') bambino in quegli occhi liquidi e distratti, che vagavano per mille mondi a parte mentre il resto era lì, imprigionato dal dovere o da che. Vale la pena di seguire questi blog, ecco.
Visto che ne parlano tutti...
mettiamo a punto definitivamente la questione.
Esce la campagna pubblicitaria dei ds sul voto agli immigrati. Tra le varie caratteristiche attribuite all'immigrato c'è, in un manifesto, un riferimento calcistico: tifo Totti.
Due giornalisti del Manifesto, Guido Liguori e Antonio Smargiasse, notano la cosa e ci scrivono su un pezzo. Due i temi principali:
1) la campagna mediatica che promuove l'immagine di Totti (è un fatto commerciale, tipo Michael Jackson o Madonna ); 2) se Totti può essere preso come mito unificante per tutti gli italiani: secondo i due, essendo il tifo organizzato per contrapposizioni, questo non è possibile. Più adatti sarebbero personaggi fuori dalla rivalità tra i grandi club di calcio: ci vorrebbe un GiggiRiva.
Il pezzo è per il Magazine di Lazio.net, sito di tifosi laziali molto seguito, fatto da un gruppetto di persone qualificate (giornalisti di grande curriculum, tra cui Aleph) più qualche sconsiderato tipo me. Siccome il sito è molto seguito, la faccenda arriva alla segreteria dei ds, che prende la parola e risponde sul sito dsonline. I ds rimandano al mittente la critica, però gli si accende la lampadina e si sbrigano a fare un altro manifesto in cui c'è un altro riferimento calcistico: tifo Mancini. La cosa finisce su Repubblica, sui vari TG, su Libero, su La Stampa, sul Times, sull'eco di Andromeda e via andare, fino a incastrarsi in 412 blog.
Il pezzo era scritto per il pubblico di un sito laziale (parlava ai laziali) ed esprimeva una critica accennando, e rimandando a tempi futuri, un'analisi profonda del fenomeno-Totti e delle sue implicazioni. Che non sono secondarie, se è vero che i ragazzini rispondono alla maestra esordendo con un "eeeeh normale cheeeeehhhh..." , e rientrano nel calderone delle trombonate sui miti giovanili pompati via televisione. Non m'avventuro nell'approfondimento.
Da persona consapevole (più o meno, a seconda di chi osserva ), e rimanendo fuori da ogni contrapposizione sportiva, ritengo allucinante non tanto il fatto che si cerchi di fare un "modello" di un calciatore (in generale, non parlo di Totti), il che già è di per sé grave e dovrebbe far riflettere sul lavoro di demolizione della cultura "di base" che si fa da tanti anni in questo paese, quanto il fatto che chi (i ds) dovrebbe avere nelle corde, nella cultura e nella tradizione la propensione a distinguere e a esercitare una critica seria sulla società, possa appropriarsi di tali simboli per una qualunque campagna pubblicitaria (proselitismo).
Tutto questo in nome di uno "stare nella realtà" che, predicato a margine di ogni campagna elettorale come requisito essenziale per il successo, porta al fraintendimento, confonde il mezzo con il fine, e porta a non capirci più nulla. In sostanza, coloro che dovrebbero criticare la banalizzazione della cultura si appropriano dei simboli della cultura banalizzata (ci stava bene anche un "guarda Bonolis alla tv", sul manifesto). Salvo poi saltar fuori, inforcati gli occhialini, a criticare la televisione dei nani e delle ballerine, l'espropriazione degli spazi culturali, eccetera.
Il fatto che i ds abbiano provveduto di corsa a "risarcire" i laziali dimenticati (oltretutto Veltroni si è adoperato per evitare che la telecronaca di Chelsea-Lazio di mercoledi venisse reintegrata nel palinsesto mediaset, a beneficio dei tifosi biancocelesti) dimostra quello che dico: il manifesto cavalca le simpatie per un calciatore, il quale, essendo l'uomo copertina della nazionale, può diventare simbolo d'italianità. In un certo senso è così, perché è inequivocabile che Totti è italiano. Ma mi vengono in mente cento possibilità meno "marchettare" e più in linea con quello che dovrebbe essere la comunicazione ds per impostare una campagna di sensibilizzazione come quella per il voto agli immigrati. Può darsi che stia sbagliando, non essendo un pubblicitario ed occupandomi di comunicazione solo da dilettante; ma mi sembra che i ds abbiano fatto una figura doppiamente barbina modificando i manifesti e preoccupandosi esclusivamente d'ingraziarsi le simpatie di tifosi "in quanto tali" e non in quanto cittadini dotati di coscienza critica. Cioè, "se dico forza Lazio, poi mi voti?" Questo, a pensarci bene, bastava come riassunto della questione.
La polemica che ne è seguita su mille blog nasce da una battuta: "è tutta invidia". Trattasi del guardare il dito invece che la luna; oppure, per meglio dire, trattasi di romanista che ribatte a un laziale che parlava di Totti... questo è davvero poco importante, e assolutamente comprensibile tra chi, come noi (io e Aleph) e Westerby, si piglia in giro da due anni su Lazio.net a proposito di Lazio e Roma. Tralascio tutti i link del caso, che frega niente a nessuno; ma vedo gente che s'accalora, gente che scuote la testa, e credo non sia il caso di farne un caso: tutti hanno piena coscienza di tutto quello che pesa e di quanto pesa.
Mi spiace dirlo perché simpatizzo, ma la cantonata l'hanno presa i ds, prima pensando di sfruttare il personaggio-Totti, poi facendo marcia indietro per un articolo uscito su una piccola voce laziale sul web. Il che suggerirebbe approfondimenti sulla capacità di fare comunicazione dei ds che tralascio. Il manifesto, però, come grafiche era bello. E, per quel che mi riguarda, punto e basta.
19/10/2003
BLOGramma Ho deciso di fare BarbLog per due motivi: Aleph (vedi links) mi diceva sempre di farlo pure io, e io volevo dire delle cose a qualcuno nascosto dietro al fatto che non mi conoscesse. Così ho cominciato, mandando l'indirizzo solo agli amici, anche purtroppo a quelli che non si sono rivelati tali (fanculo ). Ora, vedo che scrivo molte cose personali. Bene, va così, ma sono appunti e ricordi di cose, che per ricordarsele devono aver lasciato il segno. Non mi accorgo di quello che scrivo, viene fuori da solo, un sacco di cose che volevo scrivere me le sono dimenticate. C'erano pure progetti di racconti. Meglio per voi, ancora in vita mia non sono riuscito a scriverne uno finito . Mi scuso con chi legge per lo stile sciatto e per i vocaboli inventati e per gli errori, è che non rileggo i post che dopo un po', e non mi piacciono (quasi) mai. Comunque volevo dire, forse a volte sembra, ma io non sono triste, sono un cuor contento. Ecco, mi stavo dimenticando.
18/10/2003
Tipi psicologici Secondo un test che ho beccato da yota sarei così:
| Orientamento |
Funzione dominante |
Funzione d'appoggio |
Funzione terza |
Funzione inferiore |
Tendenza |
| Estroverso |
Intuizione |
Sentimento |
Pensiero |
Sensazione |
Percettiva |
|
Questo tipo è motivato dalle novità e dalle possibilità che la sua intuizione riesce a cogliere. È curioso, entusiasta e pieno di interessi. Ha molti amici che lo apprezzano per le sue doti. È empatico, spesso divertente, capace di capire le motivazioni delle persone. È anche sensibile ai bisogni e ai sentimenti degli altri che spesso riesce a captare o a anticipare. Generalmente ama circondarsi di persone piuttosto che rimanere da solo. Attribuisce molta importanza al calore dei sentimenti ed è molto leale nei confronti dei suoi amici. È una persona sensibile che rischia a volte di prendere le cose in maniera troppo personale. È sensibile agli elogi di cui ha occasionalmente bisogno. Cerca di evitare le situazioni che comportano delle tensioni: fa fatica a sopportarle, a meno che non riesca a vederle come un problema interessante da risolvere. Ama infatti, come tutti i tipi intuitivi, affrontare e risolvere i problemi. Ai suoi occhi non c'è niente che non abbia una qualche soluzione! È dotato di molta fantasia e immaginazione e riesce spesso a trovare delle soluzioni brillanti e originali. È indipendente e non è un conformista. Difficilmente si lascia impressionare dall'autorità e dalle regole. Anzi, spesso usa la sua creatività per aggirare le regole se le considera inutili o superflue! La sua funzione inferiore è la sensazione. Questa situazione lo espone al pericolo di non avere i piedi per terra. Ha una gran quantità di idee ma può non essere in grado di valutare se sono realistiche e realizzabili. La sua incuranza nei confronti dei dettagli e dei fatti concreti può portarlo a essere disordinato e a non trovare quello che cerca. Non è generalmente una persona precisa. Detesta la routine e le procedure complicate. Appena una cosa diventa ripetitiva, ha tendenza ad annoiarsi. Ha quindi bisogno di variare le sue attività. Appoggiandosi più al sentimento che non al pensiero, questo tipo rischia di non dedicare tempo sufficiente all’analisi dei problemi, saltando troppo rapidamente alle conclusioni e andando incontro a degli errori. Sul piano del lavoro è più adatto ad avviare dei progetti che a stabilizzarli o consolidarli. È comunque spesso una persona molto dotata, in grado di fare bene quello che le interessa. Sul piano delle relazioni di lavoro non incontra particolari difficoltà. È un entusiasta, è interessato ai rapporti interpersonali e sa trattare con le persone. |
derby (me contro westerby , amichevole)
(astenersi lettura non interessati lazioroma)
vediamo un po', visto che eravamo in tema di memorie voglio proprio vedere se westerby (che je se po' parlà de tutto ma non de calcio) ha ragione. Allora, il primo derby di cui ho cognizione diretta (sapevo che c'era e mi sono informato del risultato) è stato quello del 12/11/72, Roma-Lazio 0-1 con gol di Bombardino Nanni. A quello sono seguite tre vittorie laziali (2-0, 2-1 e 2-1) inframmezzate dal pareggio in coppa Italia del 9/9/73. Poi tre successi della Roma (tutti per 1-0, di cui uno in coppa Italia). Tengo il conto, siamo 4-3 Lazio con un pari. Due pari nel 75/76, Un uno a zero a testa nel 76/77, due pari nel 77/78, Una vittoria della Lazio nel 78/79 e una della Roma nel 79/80, con altri due pareggi nelle altre due gare. Aggiorno il conto, stiamo 6-5 Lazio con 7 pareggi. Si ricomincia con un 2-0 per la Roma nell'83/84, seguito da tre pareggi in campionato e da una vittoria Roma in Coppa Italia nell'84. Si ritorna con l'1-0 Lazio nell'89, seguito da due pareggi e da un 1-0 Roma alla fine dell'89/90. Aggiorno il conto, 8-7 Roma con 12 pareggi. 7 pareggi di seguito dal 2/12/90 al 24/10/93, poi 1-0 Lazio, 3-0 Roma, 2-0 Lazio (94/95). 95/96: 1-0 Lazio e 0-0; poi un altro pari e 4 vittorie Lazio nel 97/98, di cui due in coppa Italia (3-1, 4-1, 2-1, 2-0). 98/99, un 3-3 e un 3-1 Roma. Aggiorno il conto: 14-10 Lazio con 22 pari. Storia recente: 99/2000, 4-1 Roma e 2-1 Lazio; 2000/2001 1-0 Roma e 2-2; 2001/2002 2-0 e 5-1 Roma; l'anno scorso 2-2 e 1-1 in campionato, 2-1 e 1-0 Roma in coppa. Totale finale (31 anni di derby) 15 vittorie Lazio, 15 Roma, 25 pareggi. Ecco la presunta "abitudine a vincere con facilità" dei romoletti nel derby. Carta canta, come dire, e aceto ribolle...
17/10/2003
Letter never sent/x-1 Ho passato notti e notti a chiedermi cosa fosse giusto fare. Se muovere guerra o scegliere la pace e pagare per questo tanti soldi. Alla fine non ho scelto, perché quando ti tirano per il colletto in una guerra dei roses puoi solo difenderti. Però ho sempre cercato di "tagliare", di spezzare il rituale degli avvocati, e di cercare una via di dialogo informale, il che mi riesce facile. Intendo, muovermi fuori dagli schemi. In effetti gli schemi rigidi non li sopporto proprio. Dico: c'è caso che si debba pagare per essere liberi dai condizionamenti, e dalla violenza subdola di dover battagliare a carte da bollo per chiudere questioni messe in piedi, invece, con il cuore. E' qui che divento pazzo. Posto che ogni cosa al mondo possa marcire, e che non ci sia promessa che si possa mantenere per sempre. Che sono, poi, le promesse, sempre mantenute. Perche se ti prometto una cosa la faccio proiettandomi verso quella cosa per amore, o comunque per trasporto. C'è poesia, nelle promesse, e non bisogna lasciare che la poesia fugga via dalla nostra vita. Poi, nella vita lavori, conosci gente, vedi spettacoli, leggi libri, mangi, bevi, ti lavi eccetera. E cambi. E non sei più quello dal cui cuore un giorno è traboccata una promessa. Ecco, io penso che, anche se non ce ne frega più nulla, c'è stato un tempo in cui le cose funzionavano a dovere e c'era tutto quello che doveva esserci. Per questo, non rivolgo lo sguardo agli avvocati che costruiscono pantomime per spiegare a me quello che io ho vissuto. Sono povera gente, gli avvocati, vanno capiti: perché hanno scelto di stare esposti alla peggior merda della vita. E così, contaminati, ti offrono i loro servigi, ti offrono di spalare via la merda loro, in cambio di laute parcelle. Va bene, non che non servano. Ma non si permettano di spiegare a me chi ero, cosa facevo e cosa pensavo. Ho fulminato con uno sguardo sprezzante l'azzeccagarbugli, poi ho accettato le condizioni che poneva per non rompermi più i coglioni. E ho vinto, perché i soldi non sono niente. Cioè, sono, perché dovrò lavorare e molto per pagare. Ma non sono niente se penso al buio sordido che per discutere di soldi mi sono dovuto tenere in casa e nella vita. A te i soldi, a me la felicità.
16/10/2003
Nivola
 Sessantotto anni fa, 28 luglio 1935. Un altro Gran Premio di Germania, negli stessi giorni in cui s’è corso l’ultimo, domenica passata, stessa temperatura, cielo solo un po’ più coperto. Altri tempi, altro circuito, altra Germania, altre macchine, altri uomini. Il circuito non è quel piccolo stadio di Hockenheim ma è il Nurburgring, la terribile, unica, suggestiva Nordschleife del Nurburgring: 23 km interminabili di curve, saliscendi in pieno sole e salti e tornanti a mezza luce in mezzo alle foreste tedesche più fitte e più cupe, quelle dell’Eifel dove potevano esser sorti i miti di Sigfrido, dei Nibelunghi e del Walhalla, sembra che quando passi risuonino note di Wagner... La strada è stretta e rugosa, alterna tratti d’asfalto a pavimentazioni in cemento, un paio di curve sono in porfido, il Karussell è addirittura mezzo sopraelevato, si snoda senza fine in un ampio cerchio lontanissimo dalla zona dei box, passi sul traguardo e ci ritorni solo dieci, dodici minuti dopo. E senza riprese televisive, senza telefoni, senza comunicazione dieci, dodici minuti sono un’eternità o poco meno. La Germania è la Germania di Hitler, quella dell’industrializzazione feroce, quella della ricerca più sofisticata applicata allo sviluppo tecnologico: il Reich punta al dominio militare e già non lo nasconde, per arrivarci deve far compiere alla propria industria pesante passi da gigante verso il futuro. L’industria automobilistica non è esclusa da questa cura, anzi ne subisce la spinta addirittura speciale, uno sviluppo inaudito e senza alcun tetto di spesa: fra le venti macchine da Grand Prix schierate (allora ancora non c’era la denominazione “Formula Uno”) ce ne sono ben nove color argento di fabbricazione tedesca, fior fiore assoluto della tecnologia mondiale, vanto del Reich: cinque sono le solidissime Mercedes-Benz W25, bestioni di 4000 di cilindrata con compressore dal sibilo pauroso, guidate da quattro ragazzoni figli di Germania, l’asso invincibile Rudi Caracciola, lo chiamano giù “Maestro del Nurburgring”, l’aristocratico senza paura Manfred Von Brauchitch, il giovane Hermann Lang, vero talento emergente, l’affidabile test-driver della squadra Hans Geier, e un quinto pilota italiano, il trentottenne marchigiano esperto e indomabile Luigi Fagioli. E poi quattro Auto Union Tipo B, senza alcun dubbio la vettura più innovativa, più rivoluzionaria della storia dell’automobilismo: un sigaro incredibile, dall’aerodinamica esasperata, totalmente unica rispetto alle vetture dell’epoca, col pilota seduto davanti praticamente sull’asse delle ruote anteriori, e il lunghissimo motore dietro a spingere forsennatamente: un motore grandioso, 16 cilindri a V per 5600 cc di cilindrata! A guidare questi mostri quattro campioni: il migliore è Bernd Rosemeyer, a detta degli storici uno dei più grandi piloti tedeschi mai nati, forse dotato di talento naturale superiore anche al miglior Michael Schumacher, una forza della natura, un gigante, protagonista di una parabola di vita simile a una meteora, fulgida e irresistibile ma breve, brevissima. Qualcuno paragonò alla sua la vicenda di Gilles Villeneuve, due carriere sportive molto simili, soprattutto per lo stile sfrenato e irresistibile di guida, spese intensamente nel breve arco di pochissimi anni: Rosemeyer fu però rispetto a Gilles di gran lunga più efficace, arrivò ai Gran Prix solo nel 1935 a 26 anni, corse per tre anni, (morì nel 1938 in un tentativo di record di velocità, sempre su una Auto Union), raccogliendo decine di vittorie, emblematici i risultati delle sue sei partecipazioni a gare sul tremendo Nurburgring: tre primi, un secondo, un terzo e un quarto posto! Le altre Auto Union sono affidate al grande Hans Von Stuck, al giovane Paul Pietsch e al fortissimo italiano Achille Varzi, lo stilista del volante. Macchine e uomini invincibili. I giornali tedeschi quel giorno parlavano di una lotta interna, di una vittoria già scritta delle Silverpfeils, le Frecce d’Argento, da stabilire solo il nome del pilota di una delle monoposto tedesche che avrebbe tagliato il traguardo per primo. Immaginate come se oggi al via del Gran premio si schierassero cinque McLaren-Mercedes e quattro Bmw-Williams, tutte guidate dai Raikkonen, Coulthard, Montoya etc. tutti fortissimi e tutti tedeschi! Sulle tribune non c’è il Fuhrer, trattenuto a Berlino da imprevisti impegni inderogabili, lui che allo sviluppo dell’automobile nel Paese ci tiene sopra ogni altra cosa, c’è in sua vece il potentissimo Ministro Adolf Huhnlein, proprio il capo della motorizzazione della Germania. E gli altri? Quelli venuti a raccogliere le briciole? Avversari non all’altezza e raccogliticci all’apparenza: delle Maserati private rabberciate alla meglio, una macchina inglese di modesto livello, la Era di Raymond Mays, qualche vecchia Alfa Romeo, una Bugatti e poi le Alfa Romeo P3 iscritte dalla Scuderia Ferrari. Come se accanto alle cinque McLaren-Mercedes e alle quattro Bmw-Williams in quell’ipotetico Gran Premio di oggi ci fossero solo le Minardi, le Jordan, le Sauber… e un paio di Ferrari, efficienti ma vecchie di qualche anno… Ha avuto qualche noia Enzo Ferrari per la sigla del contratto, dato che gli organizzatori non volevano versargli l’ingaggio pattuito, ma alla fine il camion arriva da Modena al circuito e scarica: quattro Alfa Romeo rosse, le solide P3 progettate addirittura nel 1931 e di anno in anno sviluppate e ammodernate. La migliore, quella dotata del motore 3800 cc (le altre per Chiron, Dreyfus e Antonio Brivio montano ancora il vecchio 3200) è affidata al pilota per antonomasia, la leggenda vivente, il più amato in assoluto dagli appassionati e dagli intenditori e da Ferrari stesso: Tazio Nuvolari. Il mantovano ha già 43 anni ma non è mai stato così forte, così determinato come quando si presenta al Nurburgring. Nei box insieme con lui ha suo figlio Giorgio, il primo dei due che per un destino singolare e perfido perderà neanche diciottenni per la stessa malattia a dieci anni di distanza l’uno dall’altro. Nuvolari parte battuto sembrerebbe, tanta è la superiorità delle vetture tedesche, moderne, tecnologiche, anche più belle a vedersi, più grandi, più “futuristiche” vicino alla sua rossa Alfa un po’ sgraziata, con quasi 100 Cv di meno e così demodé… ma lui non sente ragioni: la tattica migliore, suggerita dal buon senso e da un esame distaccato della situazione sarebbe quella dell’attendismo, starsene a guardare come si svolge la gara, seguire e approfittare magari dei problemi altrui… lui no, lui conosce solo la sua regola, che è una e inderogabile: attaccare attaccare attaccare. Lo schieramento di partenza allora non si creava in base ai tempi sul giro in prova, si stabiliva per sorteggio: Nuvolari con l’Alfa Romeo numero 12 “becca” la seconda posizione al centro della prima fila, alla sua destra Von Stuck con la prima delle Auto Union color argento lo guarda con sussiego. Si schierano con file da tre e da due macchine, alternate: Von Brauchitsch con la Mercedes numero 7 parte proprio dietro a Nuvolari in seconda fila, Caracciola e Rosemeyer un po’ più indietro, Lang ha estratto addirittura la penultima fila, Geier l’ultimo posto! Ci sono là in giro non meno di 250.000 spettatori, ancora nessuno di loro sa che forse saranno proprio loro ad assistere alla corsa più affascinante della storia, paragonabile forse a quell’Italia-Germania 4 a 3 a Messico 1970 per la Storia del Calcio. La notte del Sabato è piovuto, in diversi tratti la pista è ancora umida, ora c’è un bel sole ma Nuvolari sceglie di partire senza gli occhialoni, che se dovesse venire a piovere gli servirebbero davvero a poco. Indossa la sua immancabile maglietta gialla, un corpetto di pelle scamosciata senza maniche, e il solito caschetto di tela color rosso scuro. Via alle 10 e 30 del mattino: per la prima volta (ah la tecnologia teutonica!) si parte col sistema delle luci, non col mossiere che abbassa la bandiera: luce rossa, motori al massimo, luce gialla per quindici secondi e al verde, partenza! Alla luce gialla il motore dell’auto di Stuck in prima fila si spegne! Un meccanico si precipita e in chissà che modo riesce a rimetterla velocemente in moto proprio mentre la muta degli altri scatenati all’unisono s’è mossa: Achille Varzi che viene da dietro, nel fumo di olio, benzina, scarichi, sgommare di pneumatici e acqua nebulizzata non si avvede del povero cristo in mezzo alla pista, lo prende e lo fa cadere, ferendolo seriamente alle gambe. Prosegue la corsa il pilota di Galliate, che è solitamente un tipo freddo quasi inavvicinabile, ma questa vicenda l’ha palesemente scosso: la sua sarà una gara anomala, senza grinta, lontano oltre l’ottava, nona posizione. Partono come furie, li aspettano 22 giri infiniti. All’uscita della Sudkehre, nella zona delle tribune (che è esattamente lo stesso anfiteatro naturale del tornantino di ritorno dell’attuale pista del Nurburgring, la curva dove Montoya e Michael Schumacher si sono toccati durante l’ultimo G.P. d’Europa, per capirsi), esce già in testa Rudi Caracciola con la strapotente Mercedes e sparisce alla vista degli spettatori, per la via del circuito interminabile. Dietro segue Nuvolari con l’Alfa, terzo è Fagioli, poi Von Brauchitsch e Mays. In coda al gruppo inaspettatamente tre Auto Union, quelle di Von Stuck e Varzi, coinvolte nell’incidente col meccanico, e quella di Pietsch partito malissimo. Dodici minuti sfinenti di attesa e il gruppo finalmente ritorna sul traguardo, Caracciola è leader con ben 16 secondi su Nuvolari. L’italiano alla micidiale curva del Bergwerk sembra che abbia addirittura provato a infilarsi ma Caracciola l’ha cacciato sulla parte sporca della pista e s’è avvantaggiato. Terzo già transita lo scatenato Rosemeyer, che s’è bevuto in un colpo le due Mercedes di Fagioli e Von Brauchitsch. Nel giro di qualche altro km raggiunge e supera Nuvolari e va a prendere Caracciola, ingaggiando con lui un duello furibondo che esalta il pubblico tedesco quasi alla follia. Ma al sesto giro è costretto ai box per sostituire le gomme, letteralmente mangiate dalla sua guida sfrenata. Le Mercedes sembrano andare più equilibrate, i calci di potenza del motore sono meno brutali e i piloti (soprattutto lo splendido Caracciola) riescono a salvaguardare meglio pneumatici e meccanica. Ma dietro, come una mosca fastidiosa c’è sempre quell’Alfa Romeo rossa che proprio non molla di un metro. Al nono giro Nuvolari sembra subire un’improvvisa metamorfosi: come punto da uno spillo nel sedere, si scatena e comincia ad andare come mai prima. E’ il primo in assoluto a scendere sotto il muro che sembrava invalicabile degli 11 minuti, mai superato da nessuno fino ad allora, raggiunge e supera due delle tre Mercedes al comando della corsa, con una facilità addirittura imbarazzante, lo speaker del circuito annuncia i sorpassi e raggela i tifosi tedeschi esultanti. Alla notizia che Nuvolari è “a vista” di Caracciola qualche italiano presente ritira fuori la propria bandiera… Ma nel frattempo tutte le altre Alfa Romeo schierate dalla Scuderia Ferrari si sono ritirate: Louis Chiron e Antonio Brivio tutti e due con inquietanti problemi al differenziale. Ferrari e i meccanici al box sono preoccupati, Nuvolari se ne frega. Alla fine del decimo giro lo speaker annuncia una rivoluzione in testa alla gara: Nuvolari ha raggiunto e superato Caracciola, e sui due è ripiombato come un falco dalle retrovie Rosemeyer, che evidentemente con le nuove gomme ha ripreso ad andare più di prima. Rosemeyer passa in testa nel corso dell’undicesimo giro, Nuvolari non può contrastarlo, sui curvoni del Pflanzgarten gli cede oltre 40 km all’ora. Caracciola ha un calo vistoso, non regge fisicamente, sembra avere problemi fisici, del resto in Squadra lo sanno che è partito con la febbre (come Jarno Trulli domenica scorsa) ma lui stringe i denti e continua da bravo idolo dei tedeschi. Continua imperterrito ma a velocità decisamente ridotta. A fine gara dovranno ricoverarlo in ospedale, se la vede brutta: scoprono che aveva in corpo una terribile tenia che lo debilitava. Al dodicesimo giro tutti più o meno insieme si precipitano nei box per il rifornimento e il cambio gomme, il primo a ripartire dopo “appena” 47 secondi di sosta è Von Brauchitsch, poi riparte Caracciola, poi Rosemeyer. E Nuvolari? E’ ancora là, seduto in macchina infuriato come una bestia, la pompa di rifornimento a pressione non funziona (nei pitstop di oggi non si sono inventati niente…) e gli devono calare la benzina con i bidoni e l’imbuto… due minuti e passa perduti ai box, una cosa mostruosa! Trascorre un altro giro, Rosemayer è costretto a rientrare per la terza volta, il rifornimento a pressione anche per gli infallibili dell’Auto Union ha dato dei problemi e debbono ricominciare da capo… Caracciola naviga sempre più in difficoltà e dietro a Von Brauchitsch incredibilmente arriva ancora lui, Nuvolari che corre davvero al limite, ma ha un distacco di oltre due minuti! Il nobile Manfred Von Brauchitsch è convinto di avercela fatta, vincerà oggi, in casa, davanti alla sua gente il suo Gran Premio più importante: è famoso il tedesco per la sfiga che si porta dietro, difficilmente è riuscito a concludere le proprie gare, ma molto spesso solo grazie al suo stile di guida del tutto anomalo, tanto efficace ma altrettanto “sporco”, arrembante, mai regolare, frenate troppo violente, movimenti esagerati di sterzo, lui le macchine di solito le distrugge più che portarle al traguardo. Stavolta però può farcela davvero, manca ancora tanto alla fine ma il vantaggio è confortante. Decide contro la sua natura abituale di risparmiare, di gestire la gara come si dice oggi: ma non ha fatto i conti con quel diavolo là dietro, che proprio non si dà per vinto: due minuti? E che sono? Al giro 16 ha già dimezzato il distacco, al giro 17 è a 43 secondi, al 18 è a meno di 35! La pista è completamente asciutta ora, le gomme cominciano a soffrire, nonostante il cambio effettuato a metà gara quelle della pesante e potentissima Mercedes sembrano davvero alla frutta, molto più che i pneumatici dell’Alfa, più leggera e meno esigente. Alla fine del 20. giro Von Brauchitsch passa davanti ai box e si sbraccia verso i suoi meccanici indicando le gomme posteriori, Neubauer il Direttore Sportivo interpreta il gesto come un avvertimento: al prossimo giro devo fermarmi. Così impartisce l’ordine di preparare quattro pneumatici nuovi per la sostituzione, e la raccomandazione ad essere veloci e concentrati nell’azione! Ma alla fine del giro lo vedono tirare dritto, concentratissimo, alla massima velocità possibile, lui con solo 30 secondi di vantaggio non si fida a fermarsi: quell’incosciente è evidente che confida più nella sua buona sorte che nella velocità dei meccanici Mercedes a cambiargli le gomme… I suoi pneumatici sono davvero ridotti malissimo però, Nuvolari che intanto nell’ultimo giro percorso ha tirato come un forsennato già all’Arenberg gli è quasi addosso! Resiste il tedesco procedendo come può, attraversa la foresta di Adenau, l’impegnativa Bergwerk, tutto il saliscendi del Kesselchen sempre in testa, ma alla curva terribile del Karussell chiede troppo alla sua fortuna: la posteriore sinistra cede! Sbanda paurosamente, riesce a tenerla, rimane in pista quel tanto che basta per vedere la maledetta Alfa Romeo numero 12 passargli accanto, beffarda. Non ha mai mollato di un metro quell’italiano, mai gli ha concesso una tregua, un respiro, sempre dietro, dietro, implacabile a mordergli il culo. Tenta di arrivare al traguardo lo stesso, con quella gomma a pezzi, almeno per salvare la faccia, ma è dura: anche la posteriore destra dopo un po’ si sfilaccia e scoppia, arriva Von Stuck da dietro con l’Auto Union, gli getta un’occhiata e via, a classificarsi secondo, dopo un po’ arriva anche Caracciola a rilento e passa anche lui. Sulle tribune della zona traguardo il gelo: la macchina che si sente arrivare dal dosso del Tiergarten ha un rumore poco “familiare”, un borbottio più che il conosciuto urlo lacerante del compressore Mercedes, eccola è un’Alfa Romeo rossa… sarà quella di un doppiato… ma no è la numero 12, il caschetto è quello rosso scuro, quel giubottino senza maniche e la maglia gialla… non ti puoi sbagliare, è lui, impossibile a credere, ha vinto Tazio Nuvolari! Transita sul traguardo quasi nel silenzio assoluto, solo i meccanici italiani e Enzo Ferrari laggiù nel box hanno capito subito tutto e stanno impazzendo di gioia e urlano e si abbracciano come bambini e cantano e ridono e piangono… Fa il giro d’onore sotto la Sudkehre e rientra sul traguardo da dietro ai box, Herr Adolf Huhnlein che è sceso dalla tribuna d’onore nonostante tutto lo accoglie sportivamente, gli mette al collo la corona d’alloro e il minuscolo Tazio sembra sparirci dentro, quasi scompare davanti all’immenso impermeabile del Ministro che si è irrigidito col braccio teso nel saluto nazista. Dagli altoparlanti parte l’inno italiano, finalmente: è di un disco che quelli di Ferrari s’erano portati dietro loro, perché quegli spocchiosi degli organizzatori s’erano preparati soltanto il “Deutschland uber alles”… La corsa è durata 4 ore e 8 minuti (altro che la F. 1 di adesso…), Nuvolari ha preceduto Von Stuck di 1 minuto e 40, Caracciola terzo a più di 3 e Rosemeyer quarto a 4 minuti. Von Brauchitsch con la macchina senza gomme posteriori è arrivato sul traguardo lemme lemme con 6 minuti di ritardo, ed è classificato quinto, poi ancora due altre Mercedes e due altre Auto Union! La piccola, modesta, incredibile Alfa Romeo P3 di Nuvolari ha preceduto tutta la muta delle Frecce d’argento, otto bestioni su nove sono arrivati al traguardo alle sue spalle, il solo Lang con la Mercedes si è ritirato per un guasto al motore: tutti e otto sono stati sonoramente bastonati da quell’unica macchina rossa!
Ricorre l’11 Agosto il cinquantesimo anniversario della morte di questo impressionante uomo di sport, di questo mostro di tenacia e di coraggio: Tazio Nuvolari morì nel 1953 a 61 anni nel suo letto, banalmente per una malattia, la vita gli sfuggiva dopo che lui aveva cercato forse per la vita intera la bella morte al volante di un’auto da corsa, quella che era la sua unica insopprimibile furente passione, dopo almeno una ventina di incidenti terrificanti, di ossa rotte, malanni, colpi e contusioni. Un omino di cinquanta chili, un fascio di nervi di poco meno di un metro e sessanta dotato di una grinta quasi disumana, diventato leggenda già in vita e ancora oggi, a due o tre generazioni di distanza, riconosciuto universalmente come il più grande, inarrivabile. L’icona del suo viso affilato, con gli occhialoni, il caschetto di tela e l’inconfondibile maglietta gialla, dietro il volante di una vettura in un controsterzo impossibile, contrario a tutte le logiche della fisica è passato alla Storia, ha superato le vicende umane e le teorie del tempo e dello sport. (nanni)
15/10/2003
Non so spiegare qual è la differenza tra fare una cosa volentieri e il contrario. La motivazione, per esempio, ti può spronare a fare una cosa volentieri. Se viene meno la motivazione, automaticamente cade la voglia. Un progetto comune basato su idee forti è una motivazione ottima. Che può cadere se c'è qualcuno, parte del progetto, che mostra di considerarti secondario al progetto, braccia da servitù, persona senza voce in capitolo. Io, che non sono incline a indulgere al vittimismo, in questi casi ho due forze dentro che combattono tra loro. La prima dice: sticazzi se mi snobbi, piglio la porta e vado e voglio vedere come fai a farti il lavoro senza di me. Nessuno è insostituibile, ma in certi casi è molto dura davvero. La seconda dice: fondamentale è l'idea, me ne frego se mi snobbi perché quello che conta è l'idea. Snobbare gli altri, però, a ben vedere, è contro l'idea. E' la somma infrazione della linea. E può essere tradimento assoluto e scioglimento di un patto. L'alternativa possibile non è o io o te; è "o si fa come è giusto o si chiude". Chi lavora in gruppo si relaziona con il gruppo. Non c'è gruppo se qualcuno vola più alto, più a destra, più a sinistra. Insomma, per cazzi suoi. Ribadisco il concetto: si può chiudere qualunque cosa senza rimpianti in ogni istante. Anche questo blog, tra un secondo, può sparire senza lasciar traccia e senza che nessuno ne senta la mancanza.
13/10/2003
in ogni caso la giornata ha svoltato verso
dIO
Stanotte, un pensiero fisso, il caffè di sera non mi fa dormire
Dio
12/10/2003
LetterNeverSent/X Amore, nella vita la gente si piglia e si lascia, con tutto quello che c'è in mezzo. Il che è assolutamente normale, se non fosse per l'emotività che travolge nei momenti topici. Quando lasci qualcuno ti martella nelle orecchie il senso di colpa, quando qualcuno ti lascia passi il tempo a chiederti dove hai sbagliato e se sei una persona così orribile che gli altri dicono: vabbè, con te non ci voglio più stare. Niente, non ti passa neanche per l'anticamera del cervello che può essere meglio così. Eppure questa è la lettura che finirai per dare alle cosa, quando avrai la giusta prospettiva. A parte questo, quello che vorrei dirti, io che sono libero come il vento e che però penso a te quando mi va di pensare a qualcuno, è che brutto e distorto è quello che facciamo nel momento in cui un legame si spezza. Brutto, intendo dire, perché ha la faccia del dolore, il senso lancinante di dolore fisico che si ha quando si viene abbandonati. Ed è come se i lineamenti si deformassero, come se i muscoli si contraessero per cercare disperatamente di trattenere a sé l'altro che ci abbandona. Uno sforzo disumano che ci prostra, e che ci segnerà per sempre. Il famoso "danno" di quel libro doloroso. Uno squarcio nei veli che ci separano dalla parte peggiore di noi stessi, quella descrizione autoindulgente e accomodante che diamo di noi. Guardare in faccia la nostra dipendenza ci dà un dolore inimmaginabile, che ci potrebbe far impazzire. Meglio traslarsi in docili e mansuete creature che chiedono ancora un po' di qualcosa, d'amore o di pietà per sé. Linimento per un dolore che cronicizza la sofferenza, e che ci rende incapaci di superarla davvero, ci rende spaventati e in balia degli eventi, ci rende guardinghi quando ricominciamo a fare incontri e a cercare. Questa memoria del dolore la fissiamo noi, protraendo l'evento doloroso nel tempo, rievocando scene e situazioni, ripercorrendo la strada a ritroso per scoprire il crocevia dove non abbiamo svoltato dalla parte giusta. Ti dico, amore, che dobbiamo cercare di lasciar andare e di respirare, perché solo così siamo in grado di sopravvivere al nostro perpetuare il dolore. Perché hai capito bene, siamo noi che c'infliggiamo la parte più insopportabile di quel dolore, continuando a rivedere la scena che ci ha ferito, come in un loop. Cercando il linimento della consolazione altrui e mantenendo in piedi un sistema di gratificazione che ci droga. Saremo mai capaci di liberarci dal dolore, amor mio? Vorrei vederti per guardarti negli occhi e chiedertelo, mentre cammino verso questo mare d'autunno. Chiederti perché non sei qui con me a bere e a ridere, sai che di me puoi fidarti. O forse credi che la siepe che ci divide sia abbastanza per separare le nostre strade? Credi che il lamento di chi è accerchiato dalle proprie paure, e trema al pensiero di perdere un mezzo, un carro come altri, un passaggio per scappare dall'inferno, sia sufficiente a non farti sentire questo canto? Guarda, e dimmi se non è il caso di pensarci. Il tempo è poco, e non c'è un posto dove stare che sia davvero al sicuro, e che non sia da camminare.
09/10/2003
Tango

Moderno, sempre, stile Gotan Project. Cranio rasato, pizzo assassino, sguardo ammaliatore. Atleta sopraffino, movenze morbide, imponente per struttura. Capace di cantare, e talvolta, quando l'adrenalina sgassa furiosa nelle vene, di frapporsi ultimo argine e ripartire e concludere: portare, cioè, la croce. Mendieta e soci lo racconteranno ai nipotini, nelle sere d'estate, di quella volta che sopravvissero a Veron. E loro non gli crederanno, se solo potranno vederlo danzare per una volta, in una foto ingiallita o in un filmato d'epoca. Col Che tatuato e l'orecchino, come Maradona. Posposto al Zizou figlio di pied noir oscuri, lui figlio d'arte e oltre, a riportare in luce la carriera della strega-padre. Cuore e sentimento e tecnica sublime, danzava morbido, abbandonando gli avversari in languide volute, disegnando figure sensuali e poesie geometriche sul campo verde. I suoi tiri, improvvisi scoppi. O tocchi ricercati di pennello, come quella volta allo Shaktar, un colpo da biliardista d'effetto, la palla che ruota attorno alla barriera come si gira, flessuosa e asciutta, una dama affascinante. E' gol, e pare impossibile. E si plana in volo, come quel giorno innanzi alla curva, che si colorerà del rosso dei falò dell'ennesima tragedia d'amore. Un volo che sarà scudetto. Struggente come Gardel nell'addio, mai celebrato. La strega è volata a Manchester, che ne sarà di noi? Ci resteranno movimenti impressi nel cuore e nella mente. Da ripetere in una danza sensuale. Sulle note dell'assenza e del ricordo.
08/10/2003
(19)41

Domani, 9 ottobre, è il mio compleanno. Tutto sto conto per farmi gli auguri.
07/10/2003
(19)40 O di quello che non comincia e di quello che non finisce. O crocevia di strade infinite verso nessun dove. O dura caccia ai fantasmi della vita. O BarbLog.
(19)39 E il viaggio a cercare le radici, in un paese sperduto in mezzo alla Sicilia, e l'attraversare la porta invisibile che schiude gli occhi al pianto, mai sgorgato finora. Un pianto che è ricordo e addio pacificato e definitivo. L'ho accarezzato nei capelli guardando le vie dov'era nato e cresciuto, e ripercorrendo la strada che aveva disceso per prendersi la corriera che lo avrebbe portato a Roma, a farmi nascere e a morire, più giovane di quanto io oggi non sia. E non ci sono parole per dirlo. Anche se ci sarebbe molto altro, questo è solo per lui.
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