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31/05/2003
La Pace ci piace
mbè è doveroso che io inviti la mia nipotina gagliarda a partecipare a questo barblog. Insomma, con la sua giovane età potrebbe portare un contributo di saggezza in più, senza stare ad ammorbare come si fa noi ossi da brodo (parlo per me). Le sorelline della pace, dunque, parteciperanno a loro piacimento a questo delirio. A prè.
30/05/2003
Intervallo
 zymo-xyl (1963) - hpig
Come promesso alla Menta... ...ecco Jennifer Miro. Tanto per farsi un giro a trovare i vecchi punk losangelini. In realtà cercando in rete l'ho trovata un po'... cambiata, oggi è di stanza a New York, ha indosso mezzo quintale di silicone, è nuda e si atteggia a mistress e satanista. Ne è passata d'acqua sotto i ponti, e insomma, è dura essere santi nella città, baby... Dal savage al bondage, senza passare dal via.
Caldo oggi neh?
Ognuno ha gli idoli che si merita Io mi tengo Brian Setzer, tra gli altri. Serata di zompamento: prima i Meteors Psychobilly dalle Peel Sessions che arrivano a groppa di somaro. Poi Vavoom, che è repertorio classico ma insomma difficile tenere i piedi. Bene, prima di andare a letto.
100 di questi giorni riccioli Non è un omaggio a Vinicio, che se lo merita ma ci sarà tempo. E' un regalo per un mucchio di riccioli che compiono gli anni ma sembra di no, visto che il tempo non scalfisce la grinta della mia battagliera amica. A chi ne mette ogni tanto in evidenza il tintinnar di code ricordo il ripieno alla panna e il velluto della voce. Che bastano da soli, per conto mio, anche se si accompagnano a mille altre qualità. Buon compleanno Gè. E già che ci sto, menzione per il comple della coppa sparita, che dopo la maggiore età si è data alla pazza gioia, dice che ieri sera se la sono passata di mano in mano perlomeno 25 persone. Alla faccia della teenager. E pensare che a Roma ancora la cercano: non doveva uscire di città... Visto che è 30, un doveroso omaggio al Tarallik estensore delle Tarallo news che, da buona sòla, mi copincollo qui sopra, da oggi in poi. Altro compleanno. Tutti del sozzo segno dei gemelli. E insomma, giorno di gloria per un sacco di persone.
29/05/2003
Tarallo news
Berlusconi cita Una poltrona per due come ispirazione per ingresso in politica
ROMA – Durante un discorso tenuto lunedì, il Presidente del Consiglio Berlusconi ha rivelato per la prima volta il ruolo cruciale giocato dal fim di John Landis Una poltrona per due nella sua decisione di entrare in politica. “Malgrado i miei rapporti passati con la politica, è stato solo quel giorno del 1983, ad un matinee di Una poltrona per due al Cinema Odeon di Gorgonzola che finalmente mi resi conto che il mio destino era al servizio del popolo italiano. Quel film mi ha mostrato come, a prescindere dalle proprie qualità, eventi disgraziati o peggio ancora premeditati, possano distruggere una carriera splendida se non vi si pone un freno.” Un sabato mattina come tanti Berlusconi entrò in un cinema e la sua vita, e con essa quella del paese, sarebbe cambiata per sempre. “Appena iniziato il film mi sono immedesimato nel ruolo di Dan Aykroid”, ha detto Berlusconi. “Tutto il suo potere, la sua ricchezza e la sua abilità, il lavoro di una vita, tutto distrutto da un complotto diabolico.” “Quel film mi ha salvato la vita”, ha concluso Berlusconi davanti ai suoi collaboratori sorpresi dall’argomento scelto dal Premier invece dell’annunciato piano di riforma delle pensioni. “Soltanto dopo averlo visto ho capito che se non avessi fatto subito qualcosa non avrei mai avuto la possibilità di servire il popolo italiano come merita, e sarei finito come Eddy Murphy all’inizio del film: un finto cieco che chiede l’elemosina, invece del fedele servitore, legislatore e statista che il popolo italiano ha voluto che diventassi.”
Tarquinialiena

2. In principio era il chinotto
In principio era chinotto. Poi via via è andato raffinandosi, schiarendosi, addolcendosi, profumandosi, fino a essere un succo di frutta di quelli alla moda, sia in variante di gran marca che da hard discount. Di hard, oltre al rivenditore dei succhi, ha anche altri aspetti della personalità che vedremo. Quello che va chiarito subito è il vero motivo della smodata passione dell'alieno tarquiniese per i Led Zeppelin. Lui dice, con la sua voce a metà tra gola e naso, che nei momenti di tensione nervosa si poggia sulla lingua che di suo s'ispessisce, rendendo la parlata impacciata, in aggiunta al perenne raffreddore: "la migliore musica mai scritta". Analisi che, se non fosse completamente inutile, sarebbe quanto meno risibile e superficiale. In realtà la passione per gli zep deriva da un trauma di (ri)nascita. Quando il suo uovo frigorifero venne fatto esplodere dal congegno automatico a tempo, infatti, l'alieno si trovava nel giardino di casa Gomitolo, una villetta affittata per il periodo delle vacanze, a Tarquinia. Il primogenito dei signori gomitolo ascoltava a palla, in quel mentre, un disco imprecisato dei Led Zeppelin (l'alieno cita spesso la circostanza, in modo impreciso e contraddittorio, il che fa pensare che sia stato un evento traumatico). Dunque, l'alieno associa i Led Zeppelin al momento della nascita, e ogni volta si commuove. Il che non accade di rado, a pensarci bene. Ma di questo parleremo in futuro. (continua)
Cosa mi costa la coppa, sentiamo? Non tutti i milanisti festeggiano, oggi. Diciamo che alcuni devono pagare qualcosa per la vittoria di ieri. La stagione si era messa male, nonostante la campagna acquisti in pompa magna e gli annunciati tagli ai salari (sic) dei calciatori. Perciò Berlusconi non ha badato a spese per raddrizzare la stagione, e al termine di un consiglio d'amministrazione infuocato ha concordato col suo socio di minoranza (il diavolo) uno scambio senza precedenti sul mercato. Gattuso, Dida, Kaladze e Ambrosini si sono così trasformati in giocatori di calcio veri e propri; Maldini e Costacurta sono ringiovaniti per l'occasione; Ancelotti è diventato più acuto di una faina. Gli unici per cui è stato impossibile fare qualcosa sono stati Rivaldo e Roque Junior, per colpa di Viganò, diavolo razzista che è stato licenziato in tronco, stanotte, dall'Amministratore Delegato Mephistus, sempre molto preciso quando si tratta di affari. Cosa ha preteso l'Inferno FC in cambio per la sua consulenza? Si mormora che la contropartita offerta in trattativa fosse, nientedimeno, il prestito di Berlusconi per un'intera stagione. Mephistus è infatti stufo di perdere ogni anno il campionato contro quei bolscevichi della Atea calcio, capitanati da Stalin in persona. C'è stato però un incidente che lascia presagire strascichi legali. A Coppa conquistata, il Milan ha disposto infatti l'invio della contropartita. Ma alla consegna della merce il diavolo incaricato ha strabuzzato gli occhi: si è trovato davanti un frastornato Ramaccioni. Il Milan sostiene di aver fornito il baffuto dirigente di regolare delega. Mephistus minaccia d'invalidare il contratto. Staremo a vedere. Mephistus non ha rilasciato dichiarazioni, ma ha diffuso un laconico comunicato: "Non è la prima volta che Berlusconi conclude affari per cui a pagare, poi, si trovano altri". In altra parte del comunicato si annuncia che l'Inferno FC ha rinunciato all'azione legale: "Abbiamo altri metodi per recuperare i nostri crediti" ha concluso Mephistus, vergando il comunicato con il sangue del malcapitato Ramaccioni.
Insistere nel danno Scrat è lo scoiattolo scassone che su L'era Glaciale per mettere da parte la ghianda causa guai a non finire. Chi l'ha visto lo sa. Di lui mi colpisce l'espressione, del tutto simile, soprattutto negli occhi, a quella di Alice, quando la sgrido perché si mangia il filo del telefono e quello del citofono e la cuffia e il mouse e i (3) caricabatteria del telefono cellulare, e via andare. C'è un'inquietante somiglianza. Servono gatti a qualcuno? Prezzi da amico.
28/05/2003
E' vero, faccio cybersesso

"E' vero: faccio cybersesso..."
E' vero: faccio cybersesso e allora m'abbandono divento uomo, donna, cavallo o vibro-ermafrodita e prendo e ficco e transgenero e intanto mi condono la scelta fissa e delego al tasto che tocco con le dita di scagliare il bit eretto e duro che già la sodomizza con lei (via schermo) che digita la natica e m'aizza (ma sulle dita ho messo condom dieci e di colore oscuro non corro rischi: io faccio sesso solo se è sicuro) (lello voce)
Tarquinialiena

Quelli che arrivano dal quadrante sud li riconosci dai piedi. Li hanno grandi, pianta larga, e particolarmente fetidi. Hanno la mania di turarsi il naso e di esclamare "Che tanfo!" ma non perché annusino qualche sgradevole lezzo. In realtà gli è rimasto incastrato il processo imitativo con il quale sono stati programmati all'adattamento. Una banale questione di software, risolta per lo più da patch generate automaticamente dai mitocondri sintetici impiantati nel naso. Ma il nostro starnutisce sempre, e a lui gli sono saltati via in gran parte. Il che spiega molte questioni. (continua)
Pane e coraggio

Ivano Fossati molla un po' la briglia e si ripropone un tantinello più stradarolo. Meno male perché era discreto ma pesante da morì. Questa canzone mi piace. Si intitola pane e coraggio, e parla di immigrati in viaggio, forse su qualche carretta del mare. Attacca.
Proprio sul filo della frontiera il commissario ci fa fermare su quella barca troppo piena non ci potrà più rimandare su quella barca troppo piena non ci possiamo ritornare.
E sì che l'Italia sembrava un sogno steso per lungo ad asciugare sembrava una donna fin troppo bella che stesse lì per farsi amare sembrava a tutti fin troppo bello che stesse lì a farsi toccare.
E noi cambiavamo molto in fretta il nostro sogno in illusione incoraggiati dalla bellezza vista per televisione disorientati dalla miseria e da un po' di televisione.
Pane e coraggio ci vogliono ancora che questo mondo non è cambiato pane e coraggio ci vogliono ancora sembra che il tempo non sia passato pane e coraggio commissario che c'hai il cappello per comandare pane e fortuna moglie mia che reggi l'ombrello per riparare.
Per riparare questi figli dalle ondate del buio mare e le figlie dagli sguardi che dovranno sopportare e le figlie dagli oltraggi che dovranno sopportare.
Nina ci vogliono scarpe buone e gambe belle Lucia Nina ci vogliono scarpe buone pane e fortuna e così sia ma soprattutto ci vuole coraggio a trascinare le nostre suole da una terra che ci odia ad un'altra che non ci vuole.
Proprio sul filo della frontiera commissario ci fai fermare ma su quella barca troppo piena non ci potrai più rimandare su quella barca troppo piena non ci potremo mai più ritornare.
27/05/2003
Il rigore più lungo del mondo (Osvaldo Soriano)

Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rìo Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di domenica non c'era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia delle dune e il polline delle fattorie. I giocatori erano sempre gli stessi, o i fratelli degli stessi. Quando avevo quindici anni, loro ne avevano trenta e a me sembravano vecchissimi. Dìaz, il portiere, ne aveva quasi quaranta e i capelli bianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio arcuano. Alla coppa partecipavano sedici squadre e l'Estrella Polar finiva sempre dopo il decimo posto. Cedo che nel 1957 si fossero piazzati al tredicesimo e tornavano a casa cantando, con la maglia rossa ben ripiegata nella borsa perché era l'unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a vincere per uno a zero con l'Escudo Cileno, un'altra squadra miseranda. Nessuno ci badò. Invece, un mese dopo, quando avevano vinto quattro partite di seguito ed erano in testa al torneo, nei dodici paesi di Valle si cominciò a parlare di loro. Le vittorie erano state tutte per un solo goal, ma bastavano a far rimanere il Deportivo Belgrano, l'eterno campione, la squadra di Padìn, di Constante Gauna e di Tata Cardiles, al secondo posto, con un punto di distacco. Si parlava dell'Estrella Polar a scuola, sull'autobus, in piazza, ma nessuno immaginava ancora che alla fine dell'autunno avrebbero avuto ventidue punti contro i ventuno dei nostri. I campi si riempivano per vederli finalmente perdere. Erano lenti come somari e pesanti come armadi ma marcavano a uomo e gridavano come maiali quando non avevano la palla. L'allenatore, uno vestito di nero, con baffetti sottili, un neo sulla fronte e mozzicone spento tra le labbra, correva lungo la linea laterale e li incitava con una verga di vimini quando gli passavano vicino. Il pubblico ci si divertiva e noi, che giocavamo di sabato perché eravamo più piccoli, non riuscivamo a spiegarci come potessero vincere se giocavano così male. Davano e ricevevano colpi con tale lealtà e con tale entusiasmo che dovevano appoggiarsi gli uni agli altri per uscire dal campo mentre la gente li applaudiva per l'uno a zero e porgeva loro bottiglie di vino rinfrescate sotto la terra umida. La sera facevano festa nel postribolo di Santa Ana e la Gorda Zulema si lamentava perché mangiavano le poche cose che conservava nella ghiacciaia. Erano diventati l'attrazione del paese e a loro tutto era consentito. I vecchi li raccoglievano nei bar quando bevevano troppo e cominciavano ad attaccar briga; i commercianti li omaggiavano di qualche giocattolo e di caramelle per i bambini e al cinema le ragazze accettavano carezze al di sopra delle ginocchia. Fuori dal paese, nessuno li prendeva sul serio, neppure quando avevano vinto con l'Atletico San Martìn per due a uno. Nel pieno dell'euforia furono sconfitti come tutti quanti a Barda del Medio e sul finire dell'andata persero il primo posto quando il Deportivo Belgrano li sistemò con sette goal. Tutti credemmo, allora, che la normalità fosse stata ristabilita. Ma la domenica dopo vinsero per uno a zero e continuarono nella loro litania di laboriose, orrende vittorie e arrivarono alla primavera con un solo punto in meno rispetto al campione. L'ultimo scontro divenne storico a causa del rigore. Lo stadio era tutto esaurito e lo erano anche i tetti delle case vicine e il paese intero aspettava che il Deportivo Belgrano, giocando in casa, replicasse almeno i sette goal dell'andata. Il giorno era fresco e assolato e le mele cominciavano a colorirsi sugli alberi. L'Estrella Polar aveva portato oltre cinquecento tifosi che presero d'assalto la tribuna e i pompieri dovettero tirar fuori gli idranti per farli stare calmi. L'arbitro che fischiò il rigore era Herminio Silva, un epilettico che vendeva biglietti della lotteria nel circolo locale e tutti quanti capirono che si stava giocando il lavoro quando al quarantesimo del secondo tempo si era ancora sull'uno a uno e non aveva fischiato la massima punizione, anche se quelli del Deportivo Belgrano entravano a tuffo nell'area dell'Estrella Polar e facevano capriole e salti mortali per impressionarli. Sul pareggio la squadra locale era campione e Herminio Silva voleva conservare il rispetto di sé e non concedeva il rigore perché non c'era fallo. Ma al quarantaduesimo rimanemmo tutti a bocca aperta quando la mezz'ala sinistra dell'Estrella Polar infilò una punizione da molto lontano e portò la squadra ospite sul due a uno. Allora sì che Herminio Silva pensò al suo lavoro e allungò la partita fino a quando Padìn entrò in area e appena gli si avvicinò un difensore fischiò. Fece uscire dal fischietto un suono stridulo, imponente e indicò il punto del rigore. All'epoca, il luogo dell'esecuzione non era indicato con il dischetto bianco e bisognava contare dodici passi da uomo. Herminio Silva non riuscì nemmeno a raccogliere il pallone perché l'ala destra dell'Estrella Polar, Rivero, detto el Colo, lo stese con un pugno sul naso. La rissa fu così lunga che scese la sera e non ci fu modo di sgomberare il campo né di risvegliare Herminio Silva. Il Commissario, con una lanterna accesa, sospese la partita e diede ordine di sparare in aria. Quella sera il comando militare decretò lo stato di emergenza, o qualcosa del genere, e fece preparare un treno per allontanare dal paese tutti quelli che non sembravano del posto. Secondo il tribunale della Lega, che venne riunito il martedì seguente, si dovevano giocare ancora venti secondi a partire dall'esecuzione del calcio di rigore, e quel match privato tra Constante Gauna, il cannoniere, e el Gato Dìaz in porta, avrebbe avuto luogo la domenica dopo, ullo stesso campo, a cancelli chiusi. Così quel rigore durò una settimana ed è, se nessuno mi dimostra il contrario, il più lungo della storia. Mercoledì marinammo la scuola e andammo nel paese vicino a curiosare. Il circolo era chiuso e tutti gli uomini si erano riuniti sul campo, tra le dune. Avevano formato una lunga fila per battere i rigori contro el Gato Dìaz e l'allenatore con il vestito nero e il neo sulla fronte cercava di spiegare loro che quello non era il modo migliore di mettere alla prova il portiere. Alla fine, tutti tirarono il loro rigore e el Gato ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte e scarpe da passeggio. Un soldato bassino, taciturno, che stava in fila, sparò un tiro con la punta dell'anfibio militare che quasi sradica la rete. Sul far della sera tornarono in paese, aprirono il circolo e si misero a giocare a carte. Dìaz rimase tuta la sera senza parlare, gettando all'indietro i capelli bianchi e duri finché dopo mangiato s'infilò lo stuzzicadenti in bocca e disse: - Constante li tira a destra. - Sempre, -disse il presidente della squadra. - Ma lui sa che io so. - Allora siamo fottuti. - Sì, ma io so che lui sa, - disse el Gato. - Allora buttati subito a sinistra, - disse uno di quelli che erano seduti a tavola. - No. Lui sa che io so che lui sa, - disse el Gato Dìaz e si alzò per andare a dormire. - El Gato è sempre più strano, - disse il presidente della squadra nel vederlo uscire pensieroso, camminando piano. Martedì non andò all'allenamento e nemmeno mercoledì. Giovedì, quando lo trovarono che camminava sui binari del treno, parlava da solo e lo seguiva un cane dalla coda mozzata. - Lo pari? - gli domandò, ansioso, il garzone del ciclista. - Non lo so. Che cosa cambia, per me? - domandò. - Che ci consacriamo tutti, Gato. Glielo diamo nel culo a quelle checche del Belgrano. - Io mi consacro quando la rubia Ferriera mi dirà che mi vuole bene, - disse e fischiò al cane per tornarsene a casa. Venerdì la rubia Ferreira badava come sempre alla merceria quando il sindaco entrò con un mazzo di fiori e con un sorriso largo quanto un'anguria aperta. - Questi te li manda el Gato Dìaz e fino a giovedì tu devi dire che è il tuo fidanzato. - Poveretto, - disse la donna con una smorfia e nemmeno li guardò, quei fiori che erano arrivati da Neuquén con l'autobus delle dieci e mezza. La sera andarono al cinema insieme. Nell'intervallo, el Gato uscì nell'atrio per fumare e la rubia Ferreira rimase sola nella penombra, con la borsa sulla gonna, a leggere cento volte il programma senza alzare lo sguardo. Sabato pomeriggio el Gato Dìaz chiese in prestito due biciclette e andarono a fare una passeggiata sulla riva del fiume. Mentre iniziava il pomeriggio cercò di baciarla ma lei girò la faccia e disse che forse gliel'avrebbe permesso domenica sera, se parava il rigore, al ballo. - E io come faccio a saperlo? - disse lui. - A sapere cosa? - Se ridevo buttare da quella parte. La rubia Ferreira lo prese per mano e lo portò fino al posto in cui avevano lasciato le biciclette. - In questa vita non si sa mai chi inganna e chi è ingannato, -disse lei. - E se non lo paro? - domando el Gato. - Allora vuol dire che non mi vuoi bene, -rispose la rubia, e tornarono in paese. La domenica del rigore partirono dal circolo venti camion carichi di gente, ma la polizia li bloccò all'ingresso del paese e dovettero fermarsi accanto alla strada, ad aspettare sotto il sole. A quei tempi e in quel posto non c'erano né televisori né stazioni radio né qualche altro mezzo per seguire cosa succedeva su un campo chiuso, così quelli dell'Estrella Polar predisposero una specie di staffetta tra lo stadio e la strada. Il garzone del ciclista salì su un tetto da dove si vedeva la porta di Gato Dìaz e da lì avrebbe raccontato quello che vedeva a un altro ragazzo che stava sul marciapiede e che a sua volta lo avrebbe riferito a un altro che stava a venti metri e così via finché ogni particolare sarebbe arrivato al punto in cui aspettavano i tifosi dell'Estrella Polar. Alle tre del pomeriggio le due squadre scesero in campo vestite come se dovessero giocare una vera partita. Herminio Silva aveva la divisa nera, scolorita ma in ordine quando tutti furono schierati a centrocampo andò dritto verso el Colo Rivero che gli aveva dato il pugno la domenica prima e lo espulse. Non era ancora stato inventato il cartellino rosso e Herminio indicava la bocca del tunnel con mano ferma da cui pendeva il fischietto. Alla fine, la polizia portò via a spintoni el Colo che sarebbe voluto rimanere a vedere il rigore. Allora l'arbitro andò fino alla porta con la palla stretta contro un fianco, contò dodici passi e la sistemò a terra. El Gato Dìaz si era pettinato con la brillantina e la testa gli risplendeva come una pentola di alluminio. Noi lo osservavamo appoggiati contro il muretto che circondava il campo, proprio dietro la porta, e quando si dispose sulla riga di calce e prese a strofinarsi le mani nude cominciammo a scommettere su quale lato avrebbe scelto Constante Gauna. Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano quell'istante perché erano dieci anni che il Deportivo Belgrano non perdeva una coppa né un campionato. Anche i poliziotti volevano sapere, e così lasciarono che la catena di staffette si dislocasse lungo tre chilometri e le notizie correvano di bocca ritmate dalle contrazioni del fiatone. Alle tre e mezza, quando Herminio Silva ebbe ottenuto che i dirigenti delle due squadre, gli allenatori e le forze vive del popolo abbandonassero il campo, Constante Gauna si avvicinò per sistemare la palla. Era magro e muscoloso e aveva le sopracciglia tanto folte che la faccia ne sembrava tagliata in due. Aveva tirato tante volte quel rigore - raccontò poi - che lo avrebbe rifatto in ogni momento della sua vita, sveglio o addormentato. Alle quattro meno un quarto, Herminio Silva si dispose a metà strada tra la porta e il pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole gli aveva tanto martellato sulla nuca che quando il pallone partì in direzione della porta sentì gli occhi rovesciarglisi all'indietro e cadde di spalle schiumando dalla bocca. Dìaz fece un passo in avanti e si buttò sulla destra. Il pallone partì roteando su se stesso verso il centro della porta e Constante Gauna indovinò subito che le gambe del Gato Dìaz sarebbero riuscite a deviarlo di lato. El Gato pensò al ballo della sera, alla gloria tardiva, al fatto che qualcuno sarebbe dovuto accorrere per mettere in corner il pallone che era rimasto a rotolare in area. El petiso Mirabelli arrivò per primo e la mise fuori, contro la rete metallica, ma Herminio Silva non poteva vederlo perché stava a terra, si rotolava in preda a un attacco di epilessia. Quando tutta l'Estrella Polar si rovesciò sopra al Gato Dìaz per festeggiare, il guardalinee corse verso Herminio Silva con la bandierina alzata e dal muretto su cui eravamo seduti lo sentimmo gridare : "Non vale! Non vale!" La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa. La respinta del Gato e lo svenimento dell'arbitro. A quel punto sulla strada tutti aprirono damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene il "non vale" continuasse ad arrivare balbettato dai messaggeri con una smorfia attonita. Fino a quando Herminio Silva non si fu rimesso in piedi, sconvolto dall'attacco, non arrivò la risposta definitiva. Come prima cosa volle sapere "che è successo" e quando glielo raccontarono scosse la testa e disse che bisognava tirare di nuovo perché lui non era stato presente e il regolamento prescrive che la partita non si possa giocare con un arbitro svenuto. Allora el Gato Dìaz allontanò quelli che volevano pestare il venditore di biglietti della lotteria al Deportivo Belgrano e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e una promessa e andò di nuovo a mettersi in porta. Constante Gauna non doveva avere molta fiducia in se stesso perché propose a Padìn di tirare e solo dopo andò vero la palla mentre il guardalinee aiutava Herminio a stare in piedi. Fuori si sentivano strombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i giocatori dell'Estrella Polar cominciarono a ritirarsi dal campo circondati dalla polizia. Il tiro arrivò a sinistra e el Gato Dìaz si buttò nella stessa direzione con un'eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più. Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e cominciò a piangere. Noi saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Dìaz, il vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria. Due anni dopo, quando el Gato era ormai un rudere e io ero un giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della rubia ma della sorella del Colo Rivero, india e vecchia come lui. Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l'avrebbe parato perché era molto rigido e portava il peso della gloria. Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato. Bene, ragazzo - mi disse. - Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal a Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà.
El Rey del America

Diceva Shane, non senza sputazze, vista la dentatura disastrata e il fuoripista alcolico quotidiano. Erano tempi, quando il Vero Elvis, come osava appellarsi, produceva i Pogues e si allargava in corone da re e camere da letto imperiali. Declan Patrick Aloysius McManus lascia però la scia attraverso un quarto di secolo di musica, ed è una roba sempre diversa, e quasi sempre di livello stratosferico. Anche se sembra amare i deragliamenti sentimentali, vedi She di Notting Hill. Ma poi estrae dalla manica When I was cruel, dove non si può dire che il suono sia allisciato, tutt'altro. Piuttosto grandinano ristampe zeppe di inediti, svuotatasche e saziaorecchie, che ti pare che Armed Forces non era mica male, e neanche Imperial Bedroom. Altri tempi. Elvis dice che la sua è musica per chi ascolta una gamma di suoni il più possibile vasta. Di certo è pop di elegantissima fattura, sempre. Ma può essere messaggio di pace, come quando scrisse Shipbuilding. C'era la guerra nelle Falkland, e Elvis incassò per l'occasione il ringraziamento di Chet, omaggiato in precedenza con Almost Blue. Ascoltare pure nella variante di Wyatt, che detta così pare quasi matematica.
Is it worth it A new winter coat and shoes for the wife And a bicycle on the boy's birthday It's just a rumour that was spread around town By the women and children Soon we'll be shipbuilding Well I ask you The boy said 'DAD THEY'RE GOING TO TAKE ME TO TASK BUT I'LL BE BACK BY CHRISTMAS' It's just a rumour that was spread around town Somebody said that someone got filled in For saying that people get killed in The result of this shipbuilding With all the will in the world Diving for dear life When we could be diving for pearls It's just a rumour that was spread around town A telegram or a picture postcard Within weeks they'll be re-opening the shipyards And notifying the next of kin Once again It's all we're skilled in We will be shipbuilding WITH ALL THE WILL IN THE WORLD DIVING FOR DEAR LIFE WHEN WE COULD BE DIVING FOR PEARLS
La notte lava la mente
Poco dopo si è qui, come sai bene, fila d'anime lungo la cornice, chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla spiaggia del mare traccia un segno di vita, figge un punto. Raramente qualche gabbiano appare.
Questo è Mario Luzi. Per il buongiorno.
26/05/2003

Perché i bambini si ammalano? Non è giusto. Lo so che è infantile come concetto, e ammetto che al mondo ci sono tantissimi bambini sfortunati. Ma insomma. Sono triste perché un bambino a cui voglio bene sta male seriamente. E allora gli dedico questo messaggio, sarà poco ma pazienza. Non è di certo il messaggio il problema, accidenti.
Alice adora il Petreet con il tonno e il riso. La trovi la sera che vola per casa, roteando la coda come le pale di un elicottero. In teoria sarebbe un gatto, ma ho dei dubbi, nonostante gli occhi gialli e il pelo lunghetto, grigio e bianco, tigrato. Ho dei dubbi perché me la trovo di notte sul cuscino che mi scruta la faccia. Dicono che i gatti sono i guardiani del respiro. Ok, allora stanotte posso dormire tranquillo.
Allora, ripassiamo. La prima è in avanti, la seconda indietro. Per la retromarcia spingere sotto e tutto a destra, poi all'indietro. Stacca in alto, la frizione. Il tappo della benzina si apre da dentro. Portento. Cammino e devo fare l'occhio con l'ingombro. Anche se è un Blog. Nome da gelato bambino. Di quelli inzeppati di coloranti, che scolano e macchiano le magliettine e le manine, fino agli avambraccini, che non si può dire ma insomma descrive. Che poi le mamme non sono contente, ma i piccoli si, che lo stare sporchi gli pare sempre speciale. Come quando stavamo in vacanza in montagna e portavamo una maglietta sudicia per giorni e giorni. Che mica era per incuria, era per resistenza che le mamme ce la lasciavano portare. Per non stare sempre lì a lavare. E la sera, le ginocchia nere e mezze sbucciate, e la stanchezza nelle mani, e i piedi che friggono, e la voglia di stare fuori e non rientrare in casa.
Era estate. E' quasi estate, anche se sbuffa e romba che vuole piovere. Sto qui pure io, è il 26 di maggio, domani compie gli anni una persona importante. Me ne devo ricordare, come di cambiare una lampadina ai fari della macchina, sennò mi fermano e scoprono che non ho la patente.
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