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31/05/2003
 

La Pace ci piace

mbè è doveroso che io inviti la mia nipotina gagliarda a partecipare a questo barblog. Insomma, con la sua giovane età potrebbe portare un contributo di saggezza in più, senza stare ad ammorbare come si fa noi ossi da brodo (parlo per me).
Le sorelline della pace, dunque, parteciperanno a loro piacimento a questo delirio. A prè.




postato da Pank | 12:14 | commenti


30/05/2003
 

Intervallo


zymo-xyl (1963) - hpig




postato da Pank | 17:30 | commenti
 

Come promesso alla Menta...



...ecco Jennifer Miro. Tanto per farsi un giro a trovare i vecchi punk losangelini. In realtà cercando in rete l'ho trovata un po'... cambiata, oggi è di stanza a New York, ha indosso mezzo quintale di silicone, è nuda e si atteggia a mistress e satanista. Ne è passata d'acqua sotto i ponti, e insomma, è dura essere santi nella città, baby... Dal savage al bondage, senza passare dal via.



postato da Pank | 14:58 | commenti (1)
 

Caldo oggi neh?
postato da Pank | 14:42 | commenti
 

Ognuno ha gli idoli che si merita


Io mi tengo Brian Setzer, tra gli altri. Serata di zompamento: prima i Meteors Psychobilly dalle Peel Sessions che arrivano a groppa di somaro. Poi Vavoom, che è repertorio classico ma insomma difficile tenere i piedi. Bene, prima di andare a letto.


postato da Pank | 01:41 | commenti
 

100 di questi giorni riccioli



Non è un omaggio a Vinicio, che se lo merita ma ci sarà tempo. E' un regalo per un mucchio di riccioli che compiono gli anni ma sembra di no, visto che il tempo non scalfisce la grinta della mia battagliera amica. A chi ne mette ogni tanto in evidenza il tintinnar di code ricordo il ripieno alla panna e il velluto della voce. Che bastano da soli, per conto mio, anche se si accompagnano a mille altre qualità. Buon compleanno Gè. E già che ci sto, menzione per il comple della coppa sparita, che dopo la maggiore età si è data alla pazza gioia, dice che ieri sera se la sono passata di mano in mano perlomeno 25 persone. Alla faccia della teenager. E pensare che a Roma ancora la cercano: non doveva uscire di città... Visto che è 30, un doveroso omaggio al Tarallik estensore delle Tarallo news che, da buona sòla, mi copincollo qui sopra, da oggi in poi. Altro compleanno. Tutti del sozzo segno dei gemelli. E insomma, giorno di gloria per un sacco di persone.



postato da Pank | 01:22 | commenti (2)


29/05/2003
 

Tarallo news

Berlusconi cita Una poltrona per due come ispirazione per ingresso in politica

ROMA – Durante un discorso tenuto lunedì, il Presidente del Consiglio Berlusconi ha rivelato per la prima volta il ruolo cruciale giocato dal fim di John Landis Una poltrona per due nella sua decisione di entrare in politica. “Malgrado i miei rapporti passati con la politica, è stato solo quel giorno del 1983, ad un matinee di Una poltrona per due al Cinema Odeon di Gorgonzola che finalmente mi resi conto che il mio destino era al servizio del popolo italiano. Quel film mi ha mostrato come, a prescindere dalle proprie qualità, eventi disgraziati o peggio ancora premeditati, possano distruggere una carriera splendida se non vi si pone un freno.” Un sabato mattina come tanti Berlusconi entrò in un cinema e la sua vita, e con essa quella del paese, sarebbe cambiata per sempre. “Appena iniziato il film mi sono immedesimato nel ruolo di Dan Aykroid”, ha detto Berlusconi. “Tutto il suo potere, la sua ricchezza e la sua abilità, il lavoro di una vita, tutto distrutto da un complotto diabolico.” “Quel film mi ha salvato la vita”, ha concluso Berlusconi davanti ai suoi collaboratori sorpresi dall’argomento scelto dal Premier invece dell’annunciato piano di riforma delle pensioni. “Soltanto dopo averlo visto ho capito che se non avessi fatto subito qualcosa non avrei mai avuto la possibilità di servire il popolo italiano come merita, e sarei finito come Eddy Murphy all’inizio del film: un finto cieco che chiede l’elemosina, invece del fedele servitore, legislatore e statista che il popolo italiano ha voluto che diventassi.”




postato da Pank | 21:15 | commenti (2)
 

Tarquinialiena



2. In principio era il chinotto

In principio era chinotto. Poi via via è andato raffinandosi, schiarendosi, addolcendosi, profumandosi, fino a essere un succo di frutta di quelli alla moda, sia in variante di gran marca che da hard discount. Di hard, oltre al rivenditore dei succhi, ha anche altri aspetti della personalità che vedremo. Quello che va chiarito subito è il vero motivo della smodata passione dell'alieno tarquiniese per i Led Zeppelin. Lui dice, con la sua voce a metà tra gola e naso, che nei momenti di tensione nervosa si poggia sulla lingua che di suo s'ispessisce, rendendo la parlata impacciata, in aggiunta al perenne raffreddore: "la migliore musica mai scritta". Analisi che, se non fosse completamente inutile, sarebbe quanto meno risibile e superficiale. In realtà la passione per gli zep deriva da un trauma di (ri)nascita. Quando il suo uovo frigorifero venne fatto esplodere dal congegno automatico a tempo, infatti, l'alieno si trovava nel giardino di casa Gomitolo, una villetta affittata per il periodo delle vacanze, a Tarquinia. Il primogenito dei signori gomitolo ascoltava a palla, in quel mentre, un disco imprecisato dei Led Zeppelin (l'alieno cita spesso la circostanza, in modo impreciso e contraddittorio, il che fa pensare che sia stato un evento traumatico). Dunque, l'alieno associa i Led Zeppelin al momento della nascita, e ogni volta si commuove. Il che non accade di rado, a pensarci bene. Ma di questo parleremo in futuro.
(continua)







postato da Pank | 17:35 | commenti (3)
 

Cosa mi costa la coppa, sentiamo?



Non tutti i milanisti festeggiano, oggi. Diciamo che alcuni devono pagare qualcosa per la vittoria di ieri. La stagione si era messa male, nonostante la campagna acquisti in pompa magna e gli annunciati tagli ai salari (sic) dei calciatori. Perciò Berlusconi non ha badato a spese per raddrizzare la stagione, e al termine di un consiglio d'amministrazione infuocato ha concordato col suo socio di minoranza (il diavolo) uno scambio senza precedenti sul mercato. Gattuso, Dida, Kaladze e Ambrosini si sono così trasformati in giocatori di calcio veri e propri; Maldini e Costacurta sono ringiovaniti per l'occasione; Ancelotti è diventato più acuto di una faina. Gli unici per cui è stato impossibile fare qualcosa sono stati Rivaldo e Roque Junior, per colpa di Viganò, diavolo razzista che è stato licenziato in tronco, stanotte, dall'Amministratore Delegato Mephistus, sempre molto preciso quando si tratta di affari. Cosa ha preteso l'Inferno FC in cambio per la sua consulenza? Si mormora che la contropartita offerta in trattativa fosse, nientedimeno, il prestito di Berlusconi per un'intera stagione. Mephistus è infatti stufo di perdere ogni anno il campionato contro quei bolscevichi della Atea calcio, capitanati da Stalin in persona. C'è stato però un incidente che lascia presagire strascichi legali. A Coppa conquistata, il Milan ha disposto infatti l'invio della contropartita. Ma alla consegna della merce il diavolo incaricato ha strabuzzato gli occhi: si è trovato davanti un frastornato Ramaccioni. Il Milan sostiene di aver fornito il baffuto dirigente di regolare delega. Mephistus minaccia d'invalidare il contratto. Staremo a vedere. Mephistus non ha rilasciato dichiarazioni, ma ha diffuso un laconico comunicato: "Non è la prima volta che Berlusconi conclude affari per cui a pagare, poi, si trovano altri". In altra parte del comunicato si annuncia che l'Inferno FC ha rinunciato all'azione legale: "Abbiamo altri metodi per recuperare i nostri crediti" ha concluso Mephistus, vergando il comunicato con il sangue del malcapitato Ramaccioni. 



postato da Pank | 14:57 | commenti
 

Insistere nel danno



Scrat è lo scoiattolo scassone che su L'era Glaciale per mettere da parte la ghianda causa guai a non finire. Chi l'ha visto lo sa. Di lui mi colpisce l'espressione, del tutto simile, soprattutto negli occhi, a quella di Alice, quando la sgrido perché si mangia il filo del telefono e quello del citofono e la cuffia e il mouse e i (3) caricabatteria del telefono cellulare, e via andare. C'è un'inquietante somiglianza. Servono gatti a qualcuno? Prezzi da amico.



postato da Pank | 00:47 | commenti (2)


28/05/2003
 

E' vero, faccio cybersesso

"E' vero: faccio cybersesso..."

E' vero: faccio cybersesso e allora m'abbandono
divento uomo, donna, cavallo o vibro-ermafrodita
e prendo e ficco e transgenero e intanto mi condono
la scelta fissa e delego al tasto che tocco con le dita
di scagliare il bit eretto e duro che già la sodomizza
con lei (via schermo) che digita la natica e m'aizza
(ma sulle dita ho messo condom dieci e di colore oscuro
non corro rischi: io faccio sesso solo se è sicuro)
(lello voce)











postato da Pank | 16:53 | commenti
 

Tarquinialiena



Quelli che arrivano dal quadrante sud li riconosci dai piedi. Li hanno grandi, pianta larga, e particolarmente fetidi. Hanno la mania di turarsi il naso e di esclamare "Che tanfo!" ma non perché annusino qualche sgradevole lezzo. In realtà gli è rimasto incastrato il processo imitativo con il quale sono stati programmati all'adattamento. Una banale questione di software, risolta per lo più da patch generate automaticamente dai mitocondri sintetici impiantati nel naso. Ma il nostro starnutisce sempre, e a lui gli sono saltati via in gran parte. Il che spiega molte questioni. (continua)





postato da Pank | 14:48 | commenti (7)
 

Pane e coraggio

Ivano Fossati molla un po' la briglia e si ripropone un tantinello più stradarolo. Meno male perché era discreto ma pesante da morì. Questa canzone mi piace. Si intitola pane e coraggio, e parla di immigrati in viaggio, forse su qualche carretta del mare. Attacca.

Proprio sul filo della frontiera
il commissario ci fa fermare
su quella barca troppo piena
non ci potrà più rimandare
su quella barca troppo piena
non ci possiamo ritornare.

E sì che l'Italia sembrava un sogno
steso per lungo ad asciugare
sembrava una donna fin troppo bella
che stesse lì per farsi amare
sembrava a tutti fin troppo bello
che stesse lì a farsi toccare.

E noi cambiavamo molto in fretta
il nostro sogno in illusione
incoraggiati dalla bellezza
vista per televisione
disorientati dalla miseria
e da un po' di televisione.

Pane e coraggio ci vogliono ancora
che questo mondo non è cambiato
pane e coraggio ci vogliono ancora
sembra che il tempo non sia passato
pane e coraggio commissario
che c'hai il cappello per comandare
pane e fortuna moglie mia
che reggi l'ombrello per riparare.

Per riparare questi figli
dalle ondate del buio mare
e le figlie dagli sguardi
che dovranno sopportare
e le figlie dagli oltraggi
che dovranno sopportare.

Nina ci vogliono scarpe buone
e gambe belle Lucia
Nina ci vogliono scarpe buone
pane e fortuna e così sia
ma soprattutto ci vuole coraggio
a trascinare le nostre suole
da una terra che ci odia
ad un'altra che non ci vuole.

Proprio sul filo della frontiera
commissario ci fai fermare
ma su quella barca troppo piena
non ci potrai più rimandare
su quella barca troppo piena
non ci potremo mai più ritornare.








































postato da Pank | 14:32 | commenti (2)


27/05/2003
 

Il rigore più lungo del mondo
(Osvaldo Soriano)



Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel
1958 in un posto sperduto di Valle de Rìo Negro, una domenica
pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i
biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi
lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una
squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di
domenica non c'era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia
delle dune e il polline delle fattorie.
I giocatori erano sempre gli stessi, o i fratelli degli stessi. Quando
avevo quindici anni, loro ne avevano trenta e a me sembravano
vecchissimi. Dìaz, il portiere, ne aveva quasi quaranta e i capelli
bianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio arcuano. Alla coppa
partecipavano sedici squadre e l'Estrella Polar finiva sempre dopo il
decimo posto. Cedo che nel 1957 si fossero piazzati al tredicesimo e
tornavano a casa cantando, con la maglia rossa ben ripiegata nella
borsa perché era l'unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a
vincere per uno a zero con l'Escudo Cileno, un'altra squadra
miseranda. Nessuno ci badò. Invece, un mese dopo, quando avevano vinto
quattro partite di seguito ed erano in testa al torneo, nei dodici
paesi di Valle si cominciò a parlare di loro.
Le vittorie erano state tutte per un solo goal, ma bastavano a far
rimanere il Deportivo Belgrano, l'eterno campione, la squadra di
Padìn, di Constante Gauna e di Tata Cardiles, al secondo posto, con un
punto di distacco. Si parlava dell'Estrella Polar a scuola,
sull'autobus, in piazza, ma nessuno immaginava ancora che alla fine
dell'autunno avrebbero avuto ventidue punti contro i ventuno dei
nostri.
I campi si riempivano per vederli finalmente perdere. Erano lenti come
somari e pesanti come armadi ma marcavano a uomo e gridavano come
maiali quando non avevano la palla. L'allenatore, uno vestito di nero,
con baffetti sottili, un neo sulla fronte e mozzicone spento tra le
labbra, correva lungo la linea laterale e li incitava con una verga di
vimini quando gli passavano vicino. Il pubblico ci si divertiva e noi,
che giocavamo di sabato perché eravamo più piccoli, non riuscivamo a
spiegarci come potessero vincere se giocavano così male.
Davano e ricevevano colpi con tale lealtà e con tale entusiasmo che
dovevano appoggiarsi gli uni agli altri per uscire dal campo mentre la
gente li applaudiva per l'uno a zero e porgeva loro bottiglie di vino
rinfrescate sotto la terra umida. La sera facevano festa nel
postribolo di Santa Ana e la Gorda Zulema si lamentava perché
mangiavano le poche cose che conservava nella ghiacciaia.
Erano diventati l'attrazione del paese e a loro tutto era consentito.
I vecchi li raccoglievano nei bar quando bevevano troppo e
cominciavano ad attaccar briga; i commercianti li omaggiavano di
qualche giocattolo e di caramelle per i bambini e al cinema le ragazze
accettavano carezze al di sopra delle ginocchia. Fuori dal paese,
nessuno li prendeva sul serio, neppure quando avevano vinto con
l'Atletico San Martìn per due a uno. Nel pieno dell'euforia furono
sconfitti come tutti quanti a Barda del Medio e sul finire dell'andata
persero il primo posto quando il Deportivo Belgrano li sistemò con
sette goal. Tutti credemmo, allora, che la normalità fosse stata
ristabilita.
Ma la domenica dopo vinsero per uno a zero e continuarono nella loro
litania di laboriose, orrende vittorie e arrivarono alla primavera con
un solo punto in meno rispetto al campione.
L'ultimo scontro divenne storico a causa del rigore. Lo stadio era
tutto esaurito e lo erano anche i tetti delle case vicine e il paese
intero aspettava che il Deportivo Belgrano, giocando in casa,
replicasse almeno i sette goal dell'andata. Il giorno era fresco e
assolato e le mele cominciavano a colorirsi sugli alberi. L'Estrella
Polar aveva portato oltre cinquecento tifosi che presero d'assalto la
tribuna e i pompieri dovettero tirar fuori gli idranti per farli stare
calmi.
L'arbitro che fischiò il rigore era Herminio Silva, un epilettico che
vendeva biglietti della lotteria nel circolo locale e tutti quanti
capirono che si stava giocando il lavoro quando al quarantesimo del
secondo tempo si era ancora sull'uno a uno e non aveva fischiato la
massima punizione, anche se quelli del Deportivo Belgrano entravano a
tuffo nell'area dell'Estrella Polar e facevano capriole e salti
mortali per impressionarli. Sul pareggio la squadra locale era
campione e Herminio Silva voleva conservare il rispetto di sé e non
concedeva il rigore perché non c'era fallo.
Ma al quarantaduesimo rimanemmo tutti a bocca aperta quando la
mezz'ala sinistra dell'Estrella Polar infilò una punizione da molto
lontano e portò la squadra ospite sul due a uno. Allora sì che
Herminio Silva pensò al suo lavoro e allungò la partita fino a quando
Padìn entrò in area e appena gli si avvicinò un difensore fischiò.
Fece uscire dal fischietto un suono stridulo, imponente e indicò il
punto del rigore. All'epoca, il luogo dell'esecuzione non era indicato
con il dischetto bianco e bisognava contare dodici passi da uomo.
Herminio Silva non riuscì nemmeno a raccogliere il pallone perché
l'ala destra dell'Estrella Polar, Rivero, detto el Colo, lo stese con
un pugno sul naso. La rissa fu così lunga che scese la sera e non ci
fu modo di sgomberare il campo né di risvegliare Herminio Silva. Il
Commissario, con una lanterna accesa, sospese la partita e diede
ordine di sparare in aria. Quella sera il comando militare decretò lo
stato di emergenza, o qualcosa del genere, e fece preparare un treno
per allontanare dal paese tutti quelli che non sembravano del posto.
Secondo il tribunale della Lega, che venne riunito il martedì
seguente, si dovevano giocare ancora venti secondi a partire
dall'esecuzione del calcio di rigore, e quel match privato tra
Constante Gauna, il cannoniere, e el Gato Dìaz in porta, avrebbe avuto
luogo la domenica dopo, ullo stesso campo, a cancelli chiusi. Così
quel rigore durò una settimana ed è, se nessuno mi dimostra il
contrario, il più lungo della storia.
Mercoledì marinammo la scuola e andammo nel paese vicino a curiosare.
Il circolo era chiuso e tutti gli uomini si erano riuniti sul campo,
tra le dune. Avevano formato una lunga fila per battere i rigori
contro el Gato Dìaz e l'allenatore con il vestito nero e il neo sulla
fronte cercava di spiegare loro che quello non era il modo migliore di
mettere alla prova il portiere. Alla fine, tutti tirarono il loro
rigore e el Gato ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte e
scarpe da passeggio. Un soldato bassino, taciturno, che stava in fila,
sparò un tiro con la punta dell'anfibio militare che quasi sradica la
rete. Sul far della sera tornarono in paese, aprirono il circolo e si
misero a giocare a carte. Dìaz rimase tuta la sera senza parlare,
gettando all'indietro i capelli bianchi e duri finché dopo mangiato
s'infilò lo stuzzicadenti in bocca e disse: - Constante li tira a
destra.
- Sempre, -disse il presidente della squadra.
- Ma lui sa che io so.
- Allora siamo fottuti.
- Sì, ma io so che lui sa, - disse el Gato.
- Allora buttati subito a sinistra, - disse uno di quelli che erano
seduti a tavola.
- No. Lui sa che io so che lui sa, - disse el Gato Dìaz e si alzò per
andare a dormire.
- El Gato è sempre più strano, - disse il presidente della squadra nel
vederlo uscire pensieroso, camminando piano.
Martedì non andò all'allenamento e nemmeno mercoledì. Giovedì, quando
lo trovarono che camminava sui binari del treno, parlava da solo e lo
seguiva un cane dalla coda mozzata.
- Lo pari? - gli domandò, ansioso, il garzone del ciclista.
- Non lo so. Che cosa cambia, per me? - domandò.
- Che ci consacriamo tutti, Gato. Glielo diamo nel culo a quelle
checche del Belgrano.
- Io mi consacro quando la rubia Ferriera mi dirà che mi vuole bene, -
disse e fischiò al cane per tornarsene a casa.
Venerdì la rubia Ferreira badava come sempre alla merceria quando il
sindaco entrò con un mazzo di fiori e con un sorriso largo quanto
un'anguria aperta.
- Questi te li manda el Gato Dìaz e fino a giovedì tu devi dire che è
il tuo fidanzato.
- Poveretto, - disse la donna con una smorfia e nemmeno li guardò,
quei fiori che erano arrivati da Neuquén con l'autobus delle dieci e
mezza.
La sera andarono al cinema insieme. Nell'intervallo, el Gato uscì
nell'atrio per fumare e la rubia Ferreira rimase sola nella penombra,
con la borsa sulla gonna, a leggere cento volte il programma senza
alzare lo sguardo.
Sabato pomeriggio el Gato Dìaz chiese in prestito due biciclette e
andarono a fare una passeggiata sulla riva del fiume. Mentre iniziava
il pomeriggio cercò di baciarla ma lei girò la faccia e disse che
forse gliel'avrebbe permesso domenica sera, se parava il rigore, al
ballo.
- E io come faccio a saperlo? - disse lui.
- A sapere cosa?
- Se ridevo buttare da quella parte.
La rubia Ferreira lo prese per mano e lo portò fino al posto in cui
avevano lasciato le biciclette.
- In questa vita non si sa mai chi inganna e chi è ingannato, -disse
lei.
- E se non lo paro? - domando el Gato.
- Allora vuol dire che non mi vuoi bene, -rispose la rubia, e
tornarono in paese.
La domenica del rigore partirono dal circolo venti camion carichi di
gente, ma la polizia li bloccò all'ingresso del paese e dovettero
fermarsi accanto alla strada, ad aspettare sotto il sole. A quei tempi
e in quel posto non c'erano né televisori né stazioni radio né qualche
altro mezzo per seguire cosa succedeva su un campo chiuso, così quelli
dell'Estrella Polar predisposero una specie di staffetta tra lo stadio
e la strada.
Il garzone del ciclista salì su un tetto da dove si vedeva la porta di
Gato Dìaz e da lì avrebbe raccontato quello che vedeva a un altro
ragazzo che stava sul marciapiede e che a sua volta lo avrebbe
riferito a un altro che stava a venti metri e così via finché ogni
particolare sarebbe arrivato al punto in cui aspettavano i tifosi
dell'Estrella Polar.
Alle tre del pomeriggio le due squadre scesero in campo vestite come
se dovessero giocare una vera partita. Herminio Silva aveva la divisa
nera, scolorita ma in ordine quando tutti furono schierati a
centrocampo andò dritto verso el Colo Rivero che gli aveva dato il
pugno la domenica prima e lo espulse. Non era ancora stato inventato
il cartellino rosso e Herminio indicava la bocca del tunnel con mano
ferma da cui pendeva il fischietto. Alla fine, la polizia portò via a
spintoni el Colo che sarebbe voluto rimanere a vedere il rigore.
Allora l'arbitro andò fino alla porta con la palla stretta contro un
fianco, contò dodici passi e la sistemò a terra. El Gato Dìaz si era
pettinato con la brillantina e la testa gli risplendeva come una
pentola di alluminio.
Noi lo osservavamo appoggiati contro il muretto che circondava il
campo, proprio dietro la porta, e quando si dispose sulla riga di
calce e prese a strofinarsi le mani nude cominciammo a scommettere su
quale lato avrebbe scelto Constante Gauna.
Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano
quell'istante perché erano dieci anni che il Deportivo Belgrano non
perdeva una coppa né un campionato. Anche i poliziotti volevano
sapere, e così lasciarono che la catena di staffette si dislocasse
lungo tre chilometri e le notizie correvano di bocca ritmate dalle
contrazioni del fiatone.
Alle tre e mezza, quando Herminio Silva ebbe ottenuto che i dirigenti
delle due squadre, gli allenatori e le forze vive del popolo
abbandonassero il campo, Constante Gauna si avvicinò per sistemare la
palla. Era magro e muscoloso e aveva le sopracciglia tanto folte che
la faccia ne sembrava tagliata in due. Aveva tirato tante volte quel
rigore - raccontò poi - che lo avrebbe rifatto in ogni momento della
sua vita, sveglio o addormentato.
Alle quattro meno un quarto, Herminio Silva si dispose a metà strada
tra la porta e il pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con
tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole gli aveva tanto
martellato sulla nuca che quando il pallone partì in direzione della
porta sentì gli occhi rovesciarglisi all'indietro e cadde di spalle
schiumando dalla bocca. Dìaz fece un passo in avanti e si buttò sulla
destra. Il pallone partì roteando su se stesso verso il centro della
porta e Constante Gauna indovinò subito che le gambe del Gato Dìaz
sarebbero riuscite a deviarlo di lato. El Gato pensò al ballo della
sera, alla gloria tardiva, al fatto che qualcuno sarebbe dovuto
accorrere per mettere in corner il pallone che era rimasto a rotolare
in area.
El petiso Mirabelli arrivò per primo e la mise fuori, contro la rete
metallica, ma Herminio Silva non poteva vederlo perché stava a terra,
si rotolava in preda a un attacco di epilessia. Quando tutta
l'Estrella Polar si rovesciò sopra al Gato Dìaz per festeggiare, il
guardalinee corse verso Herminio Silva con la bandierina alzata e dal
muretto su cui eravamo seduti lo sentimmo gridare : "Non vale! Non
vale!"
La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa. La respinta del Gato e lo
svenimento dell'arbitro. A quel punto sulla strada tutti aprirono
damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene il "non vale"
continuasse ad arrivare balbettato dai messaggeri con una smorfia
attonita.
Fino a quando Herminio Silva non si fu rimesso in piedi, sconvolto
dall'attacco, non arrivò la risposta definitiva. Come prima cosa volle
sapere "che è successo" e quando glielo raccontarono scosse la testa e
disse che bisognava tirare di nuovo perché lui non era stato presente
e il regolamento prescrive che la partita non si possa giocare con un
arbitro svenuto. Allora el Gato Dìaz allontanò quelli che volevano
pestare il venditore di biglietti della lotteria al Deportivo Belgrano
e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e
una promessa e andò di nuovo a mettersi in porta.
Constante Gauna non doveva avere molta fiducia in se stesso perché
propose a Padìn di tirare e solo dopo andò vero la palla mentre il
guardalinee aiutava Herminio a stare in piedi. Fuori si sentivano
strombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i
giocatori dell'Estrella Polar cominciarono a ritirarsi dal campo
circondati dalla polizia.
Il tiro arrivò a sinistra e el Gato Dìaz si buttò nella stessa
direzione con un'eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più.
Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e cominciò a piangere. Noi
saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Dìaz, il
vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse
estratto la pallina vincente alla lotteria.
Due anni dopo, quando el Gato era ormai un rudere e io ero un
giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di
distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con
le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della
rubia ma della sorella del Colo Rivero, india e vecchia come lui.
Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di
sinistro, basso, sapendo che non l'avrebbe parato perché era molto
rigido e portava il peso della gloria.
Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando
come un cane bastonato.
Bene, ragazzo - mi disse. - Un giorno andrai in giro da queste parti a
raccontare che hai segnato un goal a Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà.



































































































































































































































































postato da Pank | 22:51 | commenti (1)
 

El Rey del America


Diceva Shane, non senza sputazze, vista la dentatura disastrata e il fuoripista alcolico quotidiano. Erano tempi, quando il Vero Elvis, come osava appellarsi, produceva i Pogues e si allargava in corone da re e camere da letto imperiali. Declan Patrick Aloysius McManus lascia però la scia attraverso un quarto di secolo di musica, ed è una roba sempre diversa, e quasi sempre di livello stratosferico. Anche se sembra amare i deragliamenti sentimentali, vedi She di Notting Hill. Ma poi estrae dalla manica When I was cruel, dove non si può dire che il suono sia allisciato, tutt'altro. Piuttosto grandinano ristampe zeppe di inediti, svuotatasche e saziaorecchie, che ti pare che Armed Forces non era mica male, e neanche Imperial Bedroom. Altri tempi. Elvis dice che la sua è musica per chi ascolta una gamma di suoni il più possibile vasta. Di certo è pop di elegantissima fattura, sempre. Ma può essere messaggio di pace, come quando scrisse Shipbuilding. C'era la guerra nelle Falkland, e Elvis incassò per l'occasione il ringraziamento di Chet, omaggiato in precedenza con Almost Blue. Ascoltare pure nella variante di Wyatt, che detta così pare quasi matematica.

Is it worth it
A new winter coat and shoes for the wife
And a bicycle on the boy's birthday
It's just a rumour that was spread around town
By the women and children
Soon we'll be shipbuilding
Well I ask you
The boy said 'DAD THEY'RE GOING TO TAKE ME TO TASK
BUT I'LL BE BACK BY CHRISTMAS'
It's just a rumour that was spread around town
Somebody said that someone got filled in
For saying that people get killed in
The result of this shipbuilding
With all the will in the world
Diving for dear life
When we could be diving for pearls
It's just a rumour that was spread around town
A telegram or a picture postcard
Within weeks they'll be re-opening the shipyards
And notifying the next of kin
Once again
It's all we're skilled in
We will be shipbuilding
WITH ALL THE WILL IN THE WORLD
DIVING FOR DEAR LIFE
WHEN WE COULD BE DIVING FOR PEARLS






























postato da Pank | 14:52 | commenti (9)
 

La notte lava la mente

Poco dopo si è qui, come sai bene,
fila d'anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

Qualcuno sulla spiaggia del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.

Questo è Mario Luzi.
Per il buongiorno.










postato da Pank | 08:06 | commenti (2)


26/05/2003
 


Perché i bambini si ammalano? Non è giusto. Lo so che è infantile come concetto, e ammetto che al mondo ci sono tantissimi bambini sfortunati. Ma insomma. Sono triste perché un bambino a cui voglio bene sta male seriamente. E allora gli dedico questo messaggio, sarà poco ma pazienza. Non è di certo il messaggio il problema, accidenti.

Alice adora il Petreet con il tonno e il riso. La trovi la sera che vola per casa, roteando la coda come le pale di un elicottero. In teoria sarebbe un gatto, ma ho dei dubbi, nonostante gli occhi gialli e il pelo lunghetto, grigio e bianco, tigrato. Ho dei dubbi perché me la trovo di notte sul cuscino che mi scruta la faccia. Dicono che i gatti sono i guardiani del respiro. Ok, allora stanotte posso dormire tranquillo.


postato da Pank | 23:37 | commenti (1)
 

Allora, ripassiamo. La prima è in avanti, la seconda indietro. Per la retromarcia spingere sotto e tutto a destra, poi all'indietro. Stacca in alto, la frizione. Il tappo della benzina si apre da dentro. Portento. Cammino e devo fare l'occhio con l'ingombro. Anche se è un Blog. Nome da gelato bambino. Di quelli inzeppati di coloranti, che scolano e macchiano le magliettine e le manine, fino agli avambraccini, che non si può dire ma insomma descrive. Che poi le mamme non sono contente, ma i piccoli si, che lo stare sporchi gli pare sempre speciale. Come quando stavamo in vacanza in montagna e portavamo una maglietta sudicia per giorni e giorni. Che mica era per incuria, era per resistenza che le mamme ce la lasciavano portare. Per non stare sempre lì a lavare. E la sera, le ginocchia nere e mezze sbucciate, e la stanchezza nelle mani, e i piedi che friggono, e la voglia di stare fuori e non rientrare in casa.

Era estate. E' quasi estate, anche se sbuffa e romba che vuole piovere. Sto qui pure io, è il 26 di maggio, domani compie gli anni una persona importante. Me ne devo ricordare, come di cambiare una lampadina ai fari della macchina, sennò mi fermano e scoprono che non ho la patente.

postato da Pank | 17:32 | commenti (6)